Crescono i video in full service nel residenziale

26/09/2013

Londra, 20 settembre. Secondo un nuovo rapporto di IHS,  la videosorveglianza si sta avvicinando sempre più al modello di business della telefonia mobile, a seguito della crescente diffusione dei contratti di full service,  con un canone mensile  comprendente sia  il costo dell’hardware  che  dei servizi prestati.
Il mercato mondiale della videosorveglianza in full service   (VSaaS) dovrebbe crescere tra il 2012 e il 2017 del  17% all’anno,  arrivando a toccare  $ 1.3 miliardi di fatturato nel 2017. Sarà soprattutto la crescita In segmenti di mercato particolari,  come  il residenziale  e lo small/medium business  (SMB),  a trainare il cambiamento verso questa nuova modalità di acquisto.
“I consumatori finali del segmento residenziale e di quello  SMB, quando sono interessati a un sistema di videosorveglianza, spesso non dispongono del capitale necessario per acquistare l’impianto da installare a casa, nel negozio, nello studio o in azienda” ha spiegato Aaron Dale, analista  del gruppo Security and Fire di  IHS.  “Di conseguenza, gli operatori e i privati preferiscono distribuire nel tempo il costo  dei materiali e dei servizi.  Interessante sottolineare che l’inclusione del costo dell’hardware in un canone mensile sia particolarmente apprezzato dagli end users in Cina, un mercato al quale viene attribuita una quota del 68%  del fatturato globale dell’anno scorso”.
Il passaggio verso questo tipo di vendita potrebbe rappresentare  una sfida per diversi vendors di sistemi di videosorveglianza, abituati ai sistemi tradizionali di vendita. Ciononostante, molte aziende dimostrano di preferire sempre più il modello di canone ricorrente, in quanto favorisce un cash-flow  più stabile, con la possibilità di generare nel tempo margini di profitto più ampi.
“Gli integratori di sistemi di sicurezza si trovano in una posizione particolarmente avvantaggiata per trarre beneficio da questo modello di business, nel momento in cui si spostano verso la fatturazione su base mensile”  ha aggiunto Dale. “Sia gli integratori che I produttori possono avere vantaggi da questa modalità, creando partnerships strategiche: gli integratori possono realizzare “pacchetti” di servizi continuativi nel tempo, mentre i produttori possono beneficiare di maggiori vendite di videocamere.  L’aumento della diffusione dei canoni inclusivi dei costi dell’hardware potrebbe inoltre riaccendere la competitività  nel mercato  e  rinnovare l’interesse per l’industria globale della videosorveglianza”.

a cura della redazione di Securindex

Il punto della situazione secondo Assosicurezza - A colloquio con Renato Cavalleri, vice presidente Assosicurezza

20/09/2013

Dopo aver pubblicato i dati di mercato del 2012 elaborati da ANIE Sicurezza, abbiamo raccolto i commenti di Assosicurezza, nel corso di una conversazione con il vice presidente Renato Cavalleri, che si è estesa ad altri temi di attualità per il settore, come la questione delle certificazioni europee, la formazione, le fiere internazionali.
Secondo ANIE Sicurezza, anche nel 2012 il fatturato dell’industria nazionale della sicurezza fisica ha segnato un progresso, andando in controtendenza rispetto agli altri comparti manifatturieri similari, raggruppati in ANIE e Assistal. 

Qual è il commento di Assosicurezza?
Come rappresentante di un’associazione della categoria, non posso che esprimere soddisfazione di fronte ai dati del 2012, anche se ritengo che, per avere un quadro complessivo e veritiero su come stiano andando effettivamente le cose, si debbano prendere in considerazione anche altri fattori, diversi dal fatturato. Sono stato molto colpito dal quadro delineato dal presidente di Assistal (la federazione di Confindustria dei costruttori di impianti, a cui aderisce Assosicurezza – NdR), in occasione dell’assemblea del 16 luglio scorso. A fronte di una contrazione globale del PIL dell’8% tra il 2007 e il 2012, il mercato della componentistica legata alle costruzioni è diminuito del 30%, con una flessione del 21% soltanto nell’ultimo anno. Di fronte a questi numeri, il presidente Gargaro si è chiesto come faranno le imprese ad arrivare vive alla ripresa, se e quando comincerà. È una preoccupazione che riguarda anche le nostre aziende, in particolare per l’aspetto finanziario, che spesso sfugge all’attenzione degli analisti. Le difficoltà ad avere finanziamenti dalle banche, sommate alle difficoltà a incassare i crediti non soltanto nei confronti delle PA, possono vanificare qualsiasi risultato brillante sul piano del fatturato. Possiamo soltanto auspicare che a livello di governo e di sistema bancario emerga la consapevolezza di dover intervenire in tempi rapidi per consentire alle imprese italiane di arrivare vive a quella tanto sospirata ripresa.

Entrando nel merito dei dati del 2012, come valuta l’incremento segnato dall’industria italiana che, tra mercato interno e esportazioni, ha messo a segno un +2,51%?
Di per sé è un dato positivo, ma anche questo è da guardare con attenzione, perché è sempre stato molto  difficile ricavare la fotografia  reale di questo mercato. Per esempio, siamo sicuri che al fatturato attribuito alla produzione non venga sommato, anche solo in parte, quello generato dagli stessi “oggetti” nei passaggi successivi della distribuzione e dell’installazione? Un altro interrogativo: dato che i principali distributori italiani di componentistica di sicurezza trattano quasi esclusivamente materiale importato, come è possibile che il totale dell’import sia “soltanto” di 97 milioni? E ancora, quanto del fatturato attribuito alla produzione è realmente “made in Italy” o deriva, invece, dall’assemblaggio di componenti acquistati all’estero, oppure dalla mera brandizzazione di prodotti OEM?
Sono interrogativi ai quali è praticamente impossibile rispondere, che riguardano tuttavia aspetti molto sensibili per la struttura di un settore che deve guardare soprattutto verso l’estero. Una condizione che sta rimettendo al centro dell’attenzione la questione delle certificazioni, di cui si sta parlando sempre più anche a livello comunitario (leggi articolo sul Libro Bianco di Euroalarm a pag. 6 di Essecome 4/2013 - NdR). Ritiene ci siano stati passi in avanti in questa direzione?
Se posso esprimermi liberamente, le certificazioni europee sono un vero e proprio “pacco”! A tutt’oggi, malgrado i proclami della Commissione Europea di voler unificare le procedure di certificazione, nulla è cambiato: il VDS tedesco continua a non riconoscere le certificazioni rilasciate in altri paesi, e altrettanto dicasi in Francia; in Belgio un Decreto Reale impone che la certificazione debba essere rilasciata utilizzando il modello T014 che, naturalmente, può venire emesso soltanto da enti di certificazione locali. Però l’ANPI (l’ente di certificazione belga – NdR) richiede che i test-report sulla resistenza a vibrazione, shock e anidride solforosa siano timbrati da Accredia (l’ente di accreditamento italiano – NdR) che IMQ non può rilasciare, non essendo accreditato per queste prove. Se consideriamo, quindi, che per esportare in Germania, Francia e Belgio, che costituiscono mercati esteri molto importanti per i nostri prodotti, è tuttora necessario ottenere e pagare ogni volta le certificazioni rilasciate dai rispettivi enti nazionali, ci vogliono spiegare a cosa servono le certificazioni europee?

Chiarissimo. Guardando agli aspetti operativi legati alle esportazioni, quest’anno Assosicurezza non era presente a IFSEC. Quali sono stati i motivi di una scelta molto notata dagli addetti ai lavori?
È stata una decisione provocata principalmente dai costi della partecipazione che, tra stand, trasporto, allestimento, energia elettrica e gabelle varie, avevano raggiunto livelli insostenibili, se confrontati con i risultati pratici che si possono realisticamente  ottenere da una manifestazione che, negli ultimi anni, ha perduto progressivamente di interesse. Per questo gli organizzatori riportano IFSEC a Londra, dove si erano tenute le prime edizioni, ma un ulteriore aumento del 10% dei prezzi e la scomodità della location (il polo fieristico Excel – NdR) difficilmente faranno cambiare la tendenza. Assosicurezza parteciperà nel 2014 a Dubai e Essen che, in questo momento, sono le manifestazioni più seguite a livello internazionale. Dubai è una vetrina importante per tutto il mercato medio-orientale, in particolare per le aziende che presentano sistemi completi, mentre Essen è diventata il riferimento di tutto il mercato europeo, anche per il favorevole rapporto tra i costi e il livello dei servizi che offre ai partecipanti.

Affrontiamo un ultimo argomento, quello della formazione degli operatori che, in questi ultimi tempi, ha visto ANIE e ANIMA prendere posizione a fianco delle rispettive associazioni ANIE Sicurezza e Assoferma per contrastare la prliferazione dei corsi di formazione organizzati da formatori e aziende non qualificati né, tanto meno, accreditati. Come si sta muovendo Assosicurezza su questo fronte?
Assosicurezza si muove in modo istituzionale nella formazione. In questo momento stiamo partecipnddo a un gruppo di lavoro presso IMQ, assieme a Assistal, AIPS, ANIE Sicurezza e i ministeri interessati,  per individuare un percorso per la qualificazione degli installatori all’insegna della semplificazione. Ci sarà un primo livello di formazione per la qualificazione di base, demandato alle aziende in possesso dei requisiti organizzativi necessari, al quale seguiranno livelli successivi gestititi direttamente da IMQ. Nel frattempo, continua il nostro impegno con l’Università di Bologna a supporto del Laboratorio di Security e Criminalistica, nell’ambito del corso di Laurea in Scienze criminologiche per l’investigazione e la sicurezza che si tiene presso la sede di Forlì.

a cura della redazione di Securindex

Corte di Cassazione, riconfermati i limiti delle GPG

20/09/2013

La VI sezione della Corte di Cassazione Penale ha emesso il 7 giugno scorso la sentenza n. 25152/2013, con la quale ha riconfermato che la valenza della qualifica di “incaricato di pubblico servizio” ovvero di pubblico ufficiale per le guardie giurate, è limitata al mero svolgimento delle attività di vigilanza e custodia delle entità patrimoniali ad esse affidate.
Il fatto in sintesi:  la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Bari, che a sua volta aveva confermato una sentenza del 27 ottobre 2010 del Tribunale di Bari, sezione di Altamura, con la quale  il ricorrente era stato condannato per violenza e lesioni a pubblico ufficiale, avendo ferito a coltellate due guardie giurate intervenute per sedare una rissa. Poiché la rissa è avvenuta al di fuori dello stretto ambito patrimoniale che le guardie erano incaricate di vigilare e l’aggressione nei loro confronti non ha impedito direttamente lo svolgimento della loro attività istituzionale, la responsabilità dell’aggressore è stata di conseguenza derubricata.
Questa decisione della suprema Corte non modifica, né avrebbe avuto motivo di farlo, la costante giurisprudenza degli ultimi decenni, che delimita alla sfera spazio/temporale dello svolgimento  della funzione  istituzionale di vigilanza e di custodia dei beni patrimoniali affidati, la sussistenza della qualifica di incaricato di pubblico servizio e, quindi di pubblico ufficiale.
Al fine di evitare confusioni, è utile ricordare che la “funzione istituzionale di vigilanza e custodia dei beni patrimoniali affidati” risale al disposto del TULPS del 1931, che stabilisce che una  guardia giurata può vigilare i beni del proprio datore di lavoro in virtù dell’art. 133 (esempio i guardiani di una fabbrica direttamente dipendenti da essa), oppure quelli di terzi, se dipendente di istituto di vigilanza munito di licenza di PS,  purchè si tratti di clienti con regolare contratto (art. 134). La Cassazione ha sempre negato l’estensione della qualifica di incaricato di pubblico servizio e quindi di pubblico ufficiale,  prima e dopo il turno di servizio (per esempio durante il percorso per raggiungere il posto di lavoro, anche se in divisa e con l’arma di ordinanza), oppure se l’episodio avveniva durante il trasferimento tra un cliente e un  altro, nel caso di servizi di pattuglia sul  territorio. In questo caso, inoltre, l’intervento delle guardie non era finalizzato alla tutela della proprietà affidata, ma per la tutela dell’ordine pubblico, che rimane di esclusiva pertinenza delle Forze dell’Ordine.

a cura della redazione di Securindex

Estratto dalla sentenza 25152/2013 -  Corte di Cassazione Penale – 7 giugno 2013:
“3. Il ricorso (contro la sentenza  della Corte di appello di Bari -  ndr) è fondato con riferimento al reato di cui al capo A).
La sentenza impugnata ha riconosciuto la qualifica di incaricato di pubblico servizio in capo alle due guardie giurate in quanto intervenute su segnalazione del titolare di un esercizio commerciale “innanzi al quale si stava verificando una rissa”, ritenendo che l’intervento fosse stato richiesto allo scopo di tutelare la proprietà mobiliare e immobiliare dell’esercizio, ricompreso nell’ambito di un complesso residenziale in cui svolgevano attività di vigilanza.
Si osserva che in forza del combinato disposto degli artt. 133 e 134 del T.U.L.P.S., le guardie giurate possono essere destinate, previa autorizzazione prefettizia, soltanto alla vigilanza e alla custodia di entità patrimoniali, rivestendo la qualifica di incaricato di pubblico servizio allorché svolgano attività complementare a quella istituzionalmente loro affidata; si è anche precisato che sebbene in servizio presso pubbliche amministrazioni, esse svolgono esclusivamente compiti di tutela del patrimonio e che, qualora intervengano al di fuori delle loro attribuzioni istituzionali non possono assumere la qualità di incaricati di pubblico servizio ovvero di pubblici ufficiali (Sez. VI, 14 novembre 2008, n. 45444, Divano; Sez. VI, 27 aprile 2004, n. 28347, Addari).
Nel caso in esame, emerge, dalla stessa sentenza, che la rissa era avvenuta non all’interno del locale, ma nella strada prospiciente e che all’arrivo delle guardie giurate la rissa era già terminata con la fuga dei litiganti, ad eccezione dell’imputato che aveva proferito nei loro confronti minacce ed ingiurie, prima di essere bloccato. Si tratta di circostanze di fatto, ritenute pacifiche, che avrebbero dovuto portare ad escludere che l’intervento delle due guardie giurate rientrasse nei compiti d’istituto loro affidati; d’altra parte, che si sia trattato di attività estranea a quella istituzionale collegata alla vigilanza e alla custodia dei beni, neppure rientrante in quella ad essa complementare, lo ammette la stessa sentenza là dove, per escludere ogni ipotesi di atto arbitrario, si riferisce all’intervento delle due guardie giurate come finalizzato a “garantire l’ordine pubblico turbato dalla condotta minacciosa e poi oppositiva dell’imputato”.
Ed effettivamente è quanto accaduto nella fattispecie, in quanto V. e R. non hanno posto in essere alcun atto che possa essere ricompreso nell’attività di vigilanza e di custodia di entità patrimoniali, dal momento che l’esercizio commerciale davanti al quale vi era stata una rissa non era affatto minacciato dall’azione dell’imputato, azione che si è rivolta esclusivamente nei loro confronti. Ne consegue che non potendo derivare la qualità di incaricato di pubblico servizio dall’esplicazione dell’intervento posto in essere dalle due guardie giurate, perché estraneo ai compiti di istituto, non è configurabile il reato di cui all’art. 336 c.p..
Pertanto, la sentenza impugnata, con riferimento al reato di cui al capo A), deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste.”

Le agevolazioni fiscali 2013 per le ristrutturazioni, installazioni o sostituzioni di impianti d’allarme

30/08/2013

Chi installa nella propria abitazione un sistema di segnalazione allarme intrusione può fruire della detrazione d’imposta Irpef pari al 50% al 31 dicembre 2013. 
In data 31/05/2013 il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera alla proroga delle agevolazioni fiscali per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e per quelli concernenti la riqualificazione energetica degli edifici. 
Le detrazioni fiscali, in particolare, sono differite almeno fino al 31 dicembre 2013. 
Si tratta, in particolare, della detrazione IRPEF delle spese sostenute per l’effettuazione di taluni interventi di recupero del patrimonio edilizio residenziale che è stata portata “a regime” dall’art. 16-bis del TUIR, e della detrazione IRPEF/IRES delle spese sostenute in relazione a talune tipologie di interventi volti alla riqualificazione energetica degli edifici esistenti.

A titolo d'esempio, rientrano tra queste misure:
■ rafforzamento, sostituzione o installazione di cancellate o recinzioni murarie degli edifici
■ apposizione di grate sulle finestre o loro sostituzione
■ porte blindate o rinforzate
■ apposizione o sostituzione di serrature, lucchetti, catenacci, spioncini
■ installazione di rilevatori di apertura e di effrazione sui serramenti
■ apposizione di saracinesche
■ tapparelle metalliche con bloccaggi
■ vetri antisfondamento
■ casseforti a muro
■ fotocamere o cineprese collegate con centri di vigilanza privati
■ apparecchi rilevatori di prevenzione antifurto e relative centraline

Chi può usufruire della detrazione?
Possono usufruire della detrazione sulle spese di ristrutturazione tutti i contribuenti assoggettati
all’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), residenti o meno nel territorio dello
Stato.
L’agevolazione spetta non solo ai proprietari degli immobili ma anche ai titolari di diritti
reali/personali di godimento sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le
relative spese:
■ proprietari o nudi proprietari
■ titolari di un diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione o superficie)
■ locatari o comodatari
■ soci di cooperative divise e indivise
■ imprenditori individuali, per gli immobili non rientranti fra i beni strumentali o merce
■ soggetti indicati nell’articolo 5 del Tuir, che producono redditi in forma associata (società
semplici, in nome collettivo, in accomandita semplice e soggetti a questi equiparati,
imprese familiari), alle stesse condizioni previste per gli imprenditori individuali.

Ha diritto alla detrazione anche il familiare convivente del possessore o detentore dell’immobile
oggetto dell’intervento, purché sostenga le spese e siano a lui intestati bonifici e fatture.
In questo caso, ferme restando le altre condizioni, la detrazione spetta anche se le abilitazioni
comunali sono intestate al proprietario dell’immobile e non al familiare che usufruisce
della detrazione.
In relazione alle spese per le ristrutturazioni edilizie è stata  prorogata la detrazione “potenziata” al 50% nel limite massimo di spesa pari a 96.000 euro. 
Da quanto si legge nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri del 31 maggio 2013 n. 6, inoltre, non sarebbero previste ulteriori proroghe di tale agevolazione.
Per gli interventi realizzati sugli immobili a prevalente destinazione abitativa privata si applica l’aliquota Iva agevolata del 10% sulla mano d’opera e su parte dei materiali.

Per maggiori informazioni:
http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Home/CosaDeviFare/Richiedere/Agevolazioni/DetrRistrEdil36/schinfodetrristredil36/  

BOSS, il Grande Fratello si avvicina

29/08/2013

Milano - I giornali di tutto il mondo hanno riportato la notizia che Il governo federale USA avrebbe finanziato lo sviluppo di un sistema di analisi video per identificare automaticamente le persone dai loro volti "catturati" tra la folla. Il New York Times ha precisato  che il Department of Homeland Security avrebbe testato un progetto chiamato "Sistema di Sorveglianza Ottico/Biometrico" (per gli amici BOSS) già lo scorso autunno, dopo due anni di sviluppo finanziato da parte del governo. Anche se il sistema non sarebbe ancora pronto per l'uso da parte della polizia, i responsabili del progetto  dicono che i test avrebbero fornito risultati molto incoraggianti.
L'interesse per la videosorveglianza negli Stati Uniti è  in continuo aumento, in particolare dopo l'attentato alla maratona di Boston  dove, grazie all'uso delle telecamere, si è potuto individuare gli attentatori. Le possibilità di utilizzo andrebbero anche verso la ricerca di latitanti in luoghi affollati come, ad esempio, Times Square o la scoperta di trucchi in casinò pieni di gente.
Secondo le informazioni trapelate, BOSS sarebbe costituito da due torri portanti con telecamere a infrarossi in grado  di riprendere immagini dello stesso soggetto da angolazioni leggermente diverse. Un software di analisi video  elaborerebbe le immagini in formato tridimensionale, consentendo di arrivare alla identificazione dei soggetti ripresi, presupponendo che i loro parametri biometrici siano stati archiviati in precedenza. Il Dipartimento di Homeland Security avrebbe effettuato  il test del sistema BOSS in un'arena nella città di Richland, nello stato di Washington, impiegando alcune decine di volontari. I loro dati facciali sarebbero stati mescolati in un archivio con altre 1.000 foto segnaletiche, per poter verificare l'affidabilità del sistema nel riconoscere le persone riprese tra quelle presenti.
Al di là dell'esito del test, la diffusione della notizia ha creato molto allarme negli USA ancora scossi dal Datagate, lo scandalo provocato dalla rivelazioni di Edward Snowden, ex-collaboratore della CIA e della National Security Agency, circa l'utilizzo illegittimo da parte del governo federale USA di informazioni personali sensibili dei cittadini americani e di molti altri paesi, fra i quali l'Italia.

a cura della Redazione di Securindex

Protezione della privacy

26/08/2013

MILANO - Giunge dal Regno Unito la notizia che dovrebbe presto essere introdotto un codice di condotta per rafforzare la protezione della privacy e la trasparenza nell’uso delle telecamere di sorveglianza. Ricordiamo che il paese è caratterizzato da una massiccia presenza di videocamere, equivalente al 20 per cento di quelle mondiali. Il confine tra protezione e invasione della vita privata è quindi davvero sottile. “Abbiamo bisogno di un codice di condotta che sia più di un codice”, afferma Emma Carr, vice-direttrice di Big Brother Watch. “Deve avere valore di legge nel senso che in caso di violazione – che il responsabile sia un operatore pubblico o privato nel campo delle videocamere di sicurezza – vengano applicate pene che stabiliscono che è stata violata la protezione dei dati e che il responsabile debba risponderne davanti alla giustizia”.

a cura della Redazione di SecSolution

Non lasciate le chiavi di casa in auto

26/08/2013

Tra i  consigli per evitare furti in casa,  alcune questure raccomandano di non lasciare in auto  le chiavi di casa. Sono stati infatti denunciati diversi episodi di razzie negli appartamenti di proprietari di vetture dalle quali erano stati sottratti mazzi di chiavi lasciati dai proprietari.
Pare che bande di ladri specializzati dispongano di apparecchi in grado di decodificare i segnali lanciati dai telecomandi per l’apertura centralizzata delle porte delle auto,  evitando in tal modo di forzarne la serratura; individuate generalità e indirizzo di casa del proprietario sul libretto di circolazione, i ladri vanno a svaligiare l’appartamento prima ancora che il malcapitato abbia potuto accorgersi della scomparsa delle chiavi di casa dall’auto.
Una modalità più raffinata e tecnologica  usata dai topi di appartamento, che potrebbe venire contrastata efficacemente se le abitazioni fossero dotate di adeguati impianti di allarme anti intrusione, meglio se con una videocamera in grado di mandare subito le immagini sullo smartphone del proprietario.

a cura della Redazione di Securindex

Furti in casa aumentati del 67 per cento dal 2007

06/08/2013

Crescono in maniera costante furti e rapine nelle abitazioni italiane. I dati elaborati da Assiv, l’associazione della vigilanza privata aderente a Confindustria, sulla base delle cifre raccolte dal Ministero dell’Interno,  mostrano che nel periodo 2006-2012 i furti nelle abitazioni sono cresciuti del 67%, salendo da 141.601 a 236.615. Nell’ultimo anno,  la crescita più rilevante di furti denunciati è stata registrata nelle provincia di Trento (+70,2%), seguita da quelle di Ragusa (+55,7%) e Messina (+53,3%), mentre in rapporto al numero degli abitanti il primato è della provincia di Lucca (745 furti ogni 100 mila abitanti), seguita da Savona (650 furti) e da Pavia (649 furti). In termini assoluti, le provincie che nel 2012 hanno denunciato il più alto numero di furti in abitazione sono, ovviamente, quelle più popolate: Milano (18.057 furti), Roma (15.230) e Torino (13.483).
L’estate, come è noto, è la stagione più a rischio, soprattutto per chi parte lasciando incustodita la casa in città. Le indagini Istat rilevano che gli accessi più usati dai ladri sono finestra, balcone, garage o porta lasciata aperta (34% dei casi), segue lo scardinamento della porta (27%) o la forzatura di una finestra (12%). Gioielli e pellicce, obiettivo del 53% dei furti, sono il bottino più ricercato, seguito dal denaro contante (52,2%) e, a distanza, da televisori, computer, macchine fotografiche, cellulari ecc. con circa il 25% dei furti.
In vista dell’esodo estivo, Assiv ricorda alcune precauzioni utili per evitare brutte sorprese al ritorno delle vacanze:
1) evitare di utilizzare per la segreteria telefonica la formula “siamo assenti” ma preferire “in questo momento non possiamo rispondere (parlando al plurale anche se si abita da soli);
2) mettere solo il cognome sia sul citofono che sulla cassetta, per evitare di indicare il numero effettivo di inquilini (il nome identifica l’individuo, il cognome la famiglia)
3) se si sta via a lungo, è meglio non far accumulare la posta nella cassetta, chiedendo a un vicino di ritirarla;
4) in assenza di misure antintrusione, fotografare tutti gli oggetti di valore contenuti in casa  allo scopo, in caso di furto, di avere più probabilità di ritrovarli in mezzo al bottino recuperato dalla polizia in qualche retata.
5) attivare un servizio di pronto intervento su allarme che assicuri un rapido intervento sul posto di una guardia giurata armata, evitando quindi i gravi rischi derivanti da un intervento personale da parte di familiari o amici cui vengono affidate le chiavi e di avere brutte sorprese che rovinano le vacanze.

a cura della Redazione di Securindex

Corte di Cassazione: sì agli impianti di videosorveglianza nei luoghi comuni delle imprese

06/08/2013

ROMA - Con la Sentenza n. 30177 del 12 luglio 2013 La Corte di Cassazione ha confermato la possibilità di utilizzare impianti di videosorveglianza in luoghi comuni all’interno dell’impresa. Ci si riferisce, per fare un preciso esempio, all’atrio in cui è ubicato il timbratore, se il fine per il quale sono fatte le riprese è quello di tutelare l’impresa da possibili illeciti. Le registrazioni possono essere utilizzate ai fini della prova di eventuali reati. Nel caso in questione, alcuni dipendenti delle Poste Italiane, che erano stati dichiarati colpevoli di peculato e di truffa, ritenevano leso il principio sancito dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori congiuntamente a quanto previsto dall’art. 14 della Costituzione (inviolabilità del domicilio).
La Suprema Corte, però, ha ritenuto che, se è vero che gli uffici dei lavoratori possono essere assimilati a un domicilio lavorativo e quindi non possono essere videosorvegliati, questo concetto non vale per luoghi comuni quali atrii o corridoi. É stata quindi considerato pienamente legittimo l'uso di impianti di videosorveglianza se il datore di lavoro agisce “non per il controllo della prestazione lavorativa ma per specifici casi di tutela dell’azienda rispetto a specifici illeciti”. La sentenza è un'indiretta conferma della liceità dell’uso di impianti di sorveglianza nelle sale da gioco, se installate, senza ledere i diritti dei lavoratori, con l'intento di tutelare le imprese da possibili illeciti realizzabili all’interno di tali ambienti.

a cura della Redazione di Secsolution

Eurispes, Osservatorio Sicurezza con CPEXPO

31/07/2013

Mercoledì 31 luglio 2013, alle ore 11,00, presso l’Eurispes - Biblioteca “Carlo Floris”, in via Orazio,31 a Roma, ha luogo la conferenza stampa di presentazione dell’Osservatorio su IT e Sicurezza da parte di Eurispes, CPEXPO e Ce.S.I.
Nel corso dell’incontro sarà presentato il nuovo Osservatorio Eurispes IT e Sicurezza e i primi dati prodotti su un settore divenuto ormai strategico e primario per le imprese e per il Paese. 
Aderiscono e collaborano con l’Osservatorio le Istituzioni, le imprese e le associazioni che operano nell’ambito della sicurezza delle Infrastrutture critiche. 
L’attività dell’Osservatorio sarà strettamente legata alla 1° Rassegna internazionale sulle innovazioni e le soluzioni integrate per la protezione delle comunità e delle infrastrutture critiche. 
Un evento che nasce nell’ambito del progetto CPEXPO-Community Protection e che si svolgerà il 29-30-31 ottobre prossimi a Genova presso la Fiera Internazionale. 
I grandi temi di CPEXPO riguardano la Security con particole riguardo ai seguenti settori: Logistic & Transports, Cibersecurity/Sistemi informativi, Environment, Utilities, Bank & Finance, Health, Smart Cities. Saranno presenti a CPEXPO numerose delegazioni internazionali, che avranno l’opportunità di confrontarsi con l’industria italiana specializzata in tecnologie per la produzione di sistemi integrati e soluzioni per la sicurezza delle Infrastrutture critiche.

a cura della Redazione di Securindex

Sicurezza dei dati aziendali nelle PMI italiane: buona consapevolezza, non sempre idonee le soluzioni adottate

30/07/2013

MILANO - Di grande attualità e importanza è la ricerca che nello scorso mese di giugno è stata condotta a livello europeo da Buffalo Technology, specialista nella progettazione, sviluppo e produzione di soluzioni storage e per reti wireless. Obiettivo: capire come le aziende effettuino le copie di sicurezza dei propri dati. Il sondaggio in Italia ha coinvolto 423 aziende di piccole e medie dimensioni, il 65% delle quali entro i 25 dipendenti. La quasi totalità di esse, l’88% per la precisione, dichiara di effettuare il backup dei propri dati e di essere consapevole dell’impatto negativo che la loro perdita avrebbe sul proprio business. Le aziende italiane interpellate appartengono a diversi settori, IT/Telecomunicazioni, servizi alle imprese, manifatturiero, servizi professionali, pubblico impiego e distribuzione.
Per il 32% la perdita di dati significherebbe perdere informazioni sui propri clienti e fornitori, con una conseguente interruzione dei servizi. Il 27% aggiunge a questa considerazione il fatto che la perdita dei dati causerebbe un danno economico importante e il 15% che sarebbero negative le ripercussioni anche sulla reputazione dell’azienda. A fronte di queste chiare constatazioni, il sondaggio ha però evidenziato che il 20% degli intervistati fa uso di periferiche del tutto inadeguate per l’archiviazione dei dati sensibili: chiavette USB o CD/DVD, facilmente smarribili e danneggiabili ed esposte a furti. Il 36% si affida, invece, a hard disk esterni, dispositivi sicuramente idonei per il backup a livello personale, ma non per quello aziendale. A livello aziendale è infatti necessario adottare soluzioni in grado di offrire maggiori garanzie, sia per la salvaguardia dei dati sensibili, sia per prevenire eventuali interruzioni derivanti da guasti ai dischi.

I vantaggi dei NAS
Soltanto il 29% delle aziende che hanno partecipato al sondaggio ha dichiarato di effettuare il backup su NAS (Network Attached Storage), di certo le soluzioni più efficaci e sicure per la salvaguardia dei dati aziendali. Numerosi i vantaggi offerti da un NAS: consente di centralizzare l'archivio dati in un unico dispositivo altamente specializzato, è accessibile da tutti i nodi della rete e permette, inoltre, d'implementare schemi RAID in grado di garantire una migliore gestione della sicurezza dei dati. La ricerca ha poi rivelato che poco più della metà degli intervistati effettua il backup dei propri dati quotidianamente e solo uno ogni 12 intervistati (8%) su base oraria, che è invece la finestra consigliata per il pieno ripristino dei dati in caso di interruzione. Tra i principali criteri che influiscono nella scelta dei dispositivi da adottare, il 28% indica l’affidabilità, mentre il 22% la sicurezza del prodotto. Poco più di un terzo degli intervistati afferma, poi, di fare riferimento a uno specialista IT prima di prendere decisioni importanti relative all’infrastruttura storage dell'azienda.
Come rileva Valéry Giorza, Marketing Manager per l’Europa del Sud di Buffalo, la ricerca ha fatto emergere che, benché le PMI italiane siano consapevoli delle gravi conseguenze per il proprio business derivanti dalla perdita dei propri dati, “la maggioranza di queste fa ancora affidamento su soluzioni inadeguate, che non le proteggono come dovrebbero da questo rischio. Questi dati – ha proseguito - in linea con quanto emerso anche in altri paesi europei, come Francia e Gran Bretagna, rappresentano un ulteriore stimolo per Buffalo, pioniere nel settore delle soluzioni storage, non solo nel continuare a portare sul mercato soluzioni sempre più performanti e innovative, ma anche nell’opera di informazione verso tutti quegli utenti che non hanno ancora pienamente compreso l'importanza della scelta dei migliori strumenti per la messa in sicurezza dei propri dati.” 

a cura della Redazione di SecSolution

SICUREZZA: verso l’edizione 2014

29/07/2013

Milano – Riparte la macchina organizzativa di SICUREZZA, Biennale Internazionale dedicata a Security & Fire Prevention organizzata da Fiera Milano, in vista della prossima edizione, in programma dal 12 al 14 novembre 2014.
Dopo il successo dell’edizione del trentennale – che ha visto la presenza di 16.136 visitatori e 418 espositori per il 35% esteri provenienti da 33 Paesi – SICUREZZA torna a proporsi come risposta alle sfide del mercato a tutta la filiera.
Obiettivo della manifestazione 2014 è proporsi come piattaforma di scambio e sviluppo per uno dei pochi settori che, nell’attuale periodo di perdurante incertezza economica generale, continua a tenere sul fronte del mercato e a crescere dal punto di vista di ricerca e sviluppo, tanto da chiudere il 2012 con un andamento del fatturato totale in crescita del 1,3%, confermando il valore aggregato di quasi 2 miliardi di Euro (dati: ANIE Sicurezza).
Proprio la veloce evoluzione tecnologica e la potente integrazione già avviata all’interno della filiera rappresentano un punto di forza importante per la crescita del settore, rendendo necessaria una continua e sempre più determinante formazione a tutti i livelli, per garantire il massimo della qualità dalla progettazione, all’installazione, fino alla manutenzione e alla verifica dell’efficacia e dell’efficienza delle tecnologie in uso.
SICUREZZA sarà quindi sensibile alle tematiche legate all’aggiornamento professionale sui sistemi integrati più avanzati, ma anche alla certificazione e al riconoscimento della professionalità là dove già esiste, al fine di offrire punti di riferimento di eccellenza per tutto il settore.
Ma la qualità da sola non basta a creare sviluppo se non è accompagnata da concrete occasioni di apertura a nuovi mercati.
Per questo, SICUREZZA sta riavviando i contatti con i big player e le grandi associazioni di settore per focalizzare i mercati esteri verso cui puntare: già dai prossimi mesi, infatti, saranno intraprese azioni per contattare e profilare nuovi buyer dai Paesi di maggior interesse in Europa e nel resto del mondo.
Inoltre, un’occasione in più di contatto e business in più a livello internazionale è quella che il Gruppo Fiera Milano mette oggi a disposizione di tutte le aziende, offrendo un interessante focus su un mercato estero particolarmente promettente, il Brasile, dove grandi eventi in programma nei prossimi anni e situazioni sociali complesse stanno sensibilizzando ulteriormente un mercato già attento alle tematiche della sicurezza.
Proprio in Brasile, infatti, CIPA Group, operatore fieristico di proprietà di Fiera Milano, organizza due esposizioni di ampio seguito per tutto il Sud America: Exposec, manifestazione internazionale sulla Security, in programma dal 13 al 15 maggio 2014, e FISP, salone internazionale sulla sicurezza e la protezione personale, che si terrà dall’8 al 10 ottobre 2014. Entrambi gli appuntamenti avranno luogo a San Paolo nel Centro Espositivo Imigrantes.
Il legame sinergico tra questi due eventi e SICUREZZA costituisce un vero e proprio network internazionale, tanto che decidere di prendere parte a uno di essi potrà offrire alle aziende italiane concreti vantaggi par la partecipazione alle altre due manifestazioni e rappresenterà una opportunità in più verso nuove prospettive di crescita all’estero.
Impegnata sul fronte del business e dello sviluppo dell’intera filiera, SICUREZZA 2014 rappresenterà ancora una volta un momento di eccellenza non solo per le novità tecnologiche e di prodotto, ma anche per il confronto sulle problematiche del settore verso le istituzioni e i soggetti che possono offrire soluzioni concrete a tutti gli operatori. Dall’accesso al credito, fondamentale volano di rilancio e consolidamento, alla necessità di una sempre più forte intesa tra la filiera della security e altre realtà industriali, fino alla valorizzazione delle best practice di aziende, progettisti e installatori, saranno numerose le tematiche di discussione intorno alle quali saranno organizzati momenti convegnistici, workshop, tavole rotonde. Tra i temi trattati anche una prospettiva completa sulle più avanzate frontiere dell’intelligence, dell’IP Security e dell’integrazione a tutti i livelli.
SICUREZZA è dunque già in movimento per raccogliere le esigenze di tutto il comparto della security e della fire prevention, con la missione di offrire alle aziende e agli operatori nuove e interessanti opportunità di business e di crescita professionale.
Per entrare in contatto con il network di SICUREZZA e scoprire tutte le opportunità offerte da Fiera Milano basta consultare il sito www.sicurezza.it o contattare lo staff di Fiera Milano.

a cura della Redazione di Securindex

Direttiva RoHS II, pubblicate da Federazione ANIE le Linee guida

29/07/2013

MILANO - Federazione ANIE ha pubblicato di recente le Linee guida per una corretta interpretazione della nuova Direttiva 2011/65/UE, la cosiddetta RoHS II, di cui si sta aspettando il recepimento nazionale. La RoHS II sostituisce la precedente Direttiva RoHS 2002/95/UE, recepita in Italia con il Dlgs 151 del 2005. L'intento di questo vademecum è quello di offrire alle aziende un supporto nell’interpretare le disposizioni della nuova direttiva, al fine di garantire la conformità dei prodotti ai requisiti indicati dalla direttiva stessa. In base alle nuove disposizioni, il produttore di apparecchiature elettriche ed elettroniche rientrano nel campo di applicazione ed è tenuto ad apporre la marcatura CE, redigere la Dichiarazione di Conformità e predisporre il fascicolo contenente tutta la documentazione tecnica che dimostri la conformità dei singoli materiali che costituiscono l’apparecchiatura.
Le Linee guida ANIE analizzano brevemente i contenuti della direttiva e i principali obblighi ad essa correlati. Vengono inoltre fornite interpretazioni, criteri e alberi decisionali e ampio spazio è riservato alle cosiddette “zone grigie” nelle quali si trovano diverse tipologie di prodotti. Il vademecum aiuta le aziende a determinarne l’inclusione o meno nel campo di applicazione della direttiva. Nel realizzare le Linee guida sulla RoHS II, Federazione ANIE ha inteso rendere disponibile uno strumento completo ad uso delle aziende del settore e in vista del confronto con le istituzioni chiamate a recepire nel nostro Paese il provvedimento.
Maria Antonietta Portaluri, Direttore Generale di ANIE afferma di credere molto nell’utilità di questo strumento operativo: “I produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche, a seguito della emanazione della direttiva – ha spiegato - hanno una serie di obblighi e prescrizioni da rispettare, con difficoltà ad interpretare correttamente l’articolata legislazione europea. Il primo obiettivo della Guida è, quindi, quello di supportare le aziende nella corretta applicazione delle norme, evitando che l’incertezza normativa e la complessità burocratica si traducano un ulteriori ostacoli in uno scenario economico già di per se particolarmente difficile. In secondo luogo, siamo convinti che le Linee guida ANIE possano trovare un utile impiego anche nel dialogo a livello istituzionale, nel momento in cui la direttiva sarà oggetto di recepimento in Italia”. 

a cura della Redazione di Sec Solution

Presentato a Roma il rapporto Federsicurezza 2013

23/07/2013

"Il Default della vigilanza privata: Italia meno sicura": questo il titolo del Rapporto 2013 di FederSicurezza, presentato a Roma il 16 luglio presso la sede nazionale di Confcommercio.
Brutte notizie per le guardie particolari giurate, con un numero complessivo in calo del 2% rispetto al 2012. L’anno scorso i dipendenti da imprese di vigilanza privata erano 52.227 (il 2,4% in meno in confronto al 2011): tra questi, le guardie particolari giurate ammontavano a 47.064 contro le 47.982 censite nel 2011. Gli istituti di vigilanza stanno soffrendo e sono finanziariamente più precari delle imprese di altri settori, sottoposti alla pressione fiscale e alla crisi, e messi a dura prova dai tempi di pagamento da parte dei clienti. Diminuiscono gli investimenti: il 28% delle aziende dichiara di non averne fatti nell’ultimo anno. La domanda si rivolge dunque alla tecnologia, come ha commentato Luca Squeri, il presidente della Commissione Politiche per la Sicurezza e la Legalità di Confcommercio, nel suo intervento alla presentazione del rapporto 2013: «C’è un dato positivo da interpretare: aumenta la richiesta di tecnologia legata alla sicurezza. Se però la tecnologia non è supportata dal presidio di personale qualificato è chiaro che è un palliativo. Non c’è concretezza di risultato».
Si somma a questa crisi il fatto che i vigilanti privati devono affrontare la concorrenza della «cosiddetta sicurezza “spuria” o “farlocca” – come l’ha definita il presidente di Federsicurezza, Luigi Gabriele - cioè coloro i quali indossano la divisa e vengono messi in difesa di un bene privato, ma non hanno né titoli, né professionalità, né strumenti per garantire la sicurezza. Le nostre guardie vengono così surrogate dal “portiere”, che costa tre volte meno e, di conseguenza, anche le nostre migliori aziende non hanno le risorse per fare investimenti e rimanere al passo con i tempi. Vedremo cosa succederà con il prossimo intervento normativo». È un appello al governo di attenzione al settore che ci auguriamo non rimanga inascoltato.

a cura della Redazione di Securindex

Allarme privacy in Svizzera, troppe telecamere

09/07/2013

Berna – Hanspeter Thür, incaricato federale per la protezione della privacy -  equivalente del nostro Garante - ha denunciato nel rapporto annuale sulle attività sulla protezione dei dati, pubblicato lunedì 1 Luglio scorso,  «un inquietante aumento delle camere di videosorveglianza anche nelle toilettes e negli spogliatoi dei parchi e delle zone di svago pubbliche»
Il fenomeno costituisce una violazione della sfera privata delle persone, commenta Thur, sottolineando come i progressi delle tecniche d’informazione e di comunicazione e  la presenza del terrorismo a livello mondiale rappresentino in questo momento due grandi sfide per la protezione dei dati sensibili. La pubblicazione del rapporto coincide con i 20 anni dall'entrata in vigore della legge federale sulla protezione dei dati, emessa nel 1993 con l’obiettivo di proteggere i cittadini svizzeri contro il crescente rischio di violazioni della personalità ma già nel 1988  il Consiglio Federale  aveva lanciato un allarme in un messaggio al Parlamento circa  «la quantità sempre più importante di informazioni personali ottenute con l’ausilio di tecniche sempre più complesse». In vista della revisione della legge, l’incaricato federale per la protezione dei dati ha approfittato di questo giubileo per lanciare un dibattito sull’avvenire della protezione dei dati, dovendo conciliare la tutela della sfera privata dei cittadini e la loro sicurezza.

a cura di Cristina Isabella Carminati – Securindex

I mercati asiatici sono una opportunità

09/07/2013

Non è solo una questione di prezzi.
La produzione in Asia sta crescendo e conquistando velocemente la sua presenza a livello internazionale. In questa regione la competizione agguerrita sui prezzi era dovuta principalmente ai numerosi prodotti a basso prezzo prodotti in Cina, a Taiwan, e in Corea. Negli anni, le multinazionali in particolar modo hanno trovato sempre più difficoltà ad espandere le loro quote di mercato in questa regione dalla crescita sostenuta ma anche estremamente competitiva. Puoi approfondire su: http://www.asmag.com/showpost/15113.aspx?preview=1

Un messaggio da Secutech Award      
Importanti novità dall’ultimo test sulle telecamere Network e NVR, tenutosi nell’aprile scorso. I buyer e una giuria internazionale hanno selezionato un totale di nove vincitori tra i 25 partecipanti alla competizione Secutech Excellence Awards 2013. Sei hanno ricevuto il premio Camera Excellence Award, tre il premio NVR Excellence Award. 
Puoi approfondire su: http://www.asmag.com/showpost/15114.aspx?preview=1

Dai mercati, qualche aggiornamento:

Cina
1. Nuove normative per promuovere l’uso di sistemi per le case intelligenti
2. Progresso negli Standard di Shanghai
3. Previsioni per il 2015: il mercato dei trasporti” intelligenti” raggiungerà i 16,3 miliardi di Dollari
4. “320 Project”: nella stazione di pedaggio di Jiangsu è stato implementato un sistema di dispositivi Front-End
5. Bosch Cina nel2012 ha avuto una crescita stabile, con un fatturato totale di 6,8 Milioni di Dollari
6. Risco ha scelto di costruire il suo 4° Centro di Ricerca e Sviluppo in Cina dove è anche pronta ad aprire un Centro Servizi per Tecnologie Cloud
7. Axis Communications farà partire un Centro di Ricerca e Sviluppo in Cina.
Puoi approfondire su: 
http://www.asmag.com/showpost/15115.aspx?preview=1

India
1.SIS EmerGeo Solutions Inc ha vinto il più grande progetto di sorveglianza in India
2.Nella regione del Rajasthan il Tribunale  ha ordinato l’installazione un sistema CCTV all’interno di una casa per proteggere una signora ... 
Puoi approfondire su: 
http://www.asmag.com/showpost/15131.aspx?preview=1

Thailandia
La Thailandia è il mercato della security più grande nel Sud Est Asiatico, dal valore di circa 300 Milioni di Dollari e con una rapida crescita del 25 – 30% annuo... 
Puoi approfondire su:
http://www.asmag.com/showpost/15133.aspx?preview=1

Vietnam
Il mercato Vietnamita della Security mantiene una crescita a doppia cifra. L’attuale rallentamento dell’economia globale ha fatto sì che i mercati delle costruzioni in Vietnam (così come nel resto del mondo) negli ultimi due anni siano impaludati... 
Puoi approfondire su:
http://www.asmag.com/showpost/15134.aspx?preview=1

Le fiere e gli eventi:
Secutech Thailand
3-5 Luglio 2013 |Bangkok, Tailandia

Secutech Vietnam
8-10 Agosto 2013 | Ho Chi Minh City

GDSF China
Beijing 24 Luglio 2013
Shanghai: 30 Luglio 2013
Guangzhou: 6 Agosto 2013      

a cura della Redazione di Sec Solution

Il Decreto del fare disfa i settori TLC/ICT/IP Security

03/07/2013

Eros Prosperi - Vicepresidente Vicario di Assotel, Associazione Operatori Telefonia & Telematica

Sebbene l’art. 3 della direttiva 2008/63/CE preveda “un’idonea qualificazione tecnica per l’allacciamento, l’installazione e la manutenzione di apparecchiature terminali” e in vari comparti dell’impiantistica si definiscano percorsi di qualificazione per le imprese al fine di garantire la più ampia salvaguardia e tutela del mercato, non possiamo non sottolineare come le abrogazioni previste dal Decreto in tema di impianti e sistemi di comunicazione elettronica generino un vero e proprio vuoto normativo che non può non preoccupare gli operatori di settore.
Ora qualsivoglia sistema o impianto elettronico, per il solo fatto di essere interconnesso ad una Rete Pubblica di Comunicazione Elettronica, non rientrerà in alcun ambito normativo e potrà essere realizzato installato e manutenuto da entità senza alcuna dimostrata e dimostrabile qualificazione professionale. Se l’intendimento del Governo era quello, lodevole, di incentivare la ripresa economica attraverso lo stimolo alla crescita organizzativa e occupazionale delle attività imprenditoriali del settore, l’Art. 10 del Decreto di certo va nella direzione opposta.
Infatti, se fino a ieri regole chiare e definite imponevano alle aziende intenzionate ad operare seriamente e continuativamente sul mercato TLC/ICT e IP Security di dotarsi di un'organizzazione composta da figure professionalmente qualificate, è ciò a tutela della qualità dell’opera, oggi il rischio è che, per adeguarsi ad un mercato che certamente verrà vieppiù invaso da improvvisatori - se non da lavoratori in nero - le aziende saranno costrette a disfarsi di figure professionali fino a ieri indispensabili. Un tema, quello dell’occupazione del comparto, che è stato recentemente discusso presso il Ministero delle Sviluppo ad un tavolo dedicato alle problematiche occupazionali del settore, al fine di rilanciare il comparto stesso, attraverso una politica industriale votata all’innovazione tecnologica.
Chiediamo che il Ministero prenda in seria considerazione la situazione delle nostre imprese - imprese che, in un contesto economico assai difficile per il comparto TLC/ICT/IP Security, hanno fatto sacrifici per conservare posti di lavoro a tempo indeterminato, hanno continuato ad investire sulla preparazione e sulla professionalità pur di poter qualificare la propria professionalità col riconoscimento di Aziende Autorizzate dal Ministero dello Sviluppo Economico. L’auspicio della categoria è che il Ministero riveda le proposte del Decreto, al fine di ottimizzare quanto di buono contenuto nel testo, senza penalizzare, però, imprese e lavoratori del settore TLC/ICT/IP Security.
Così il Decreto del fare diventa un Decreto del disfare, che amplifica le difficoltà di  un comparto che negli ultimi anni ha già sofferto, in primis a causa del mancato investimento in infrastrutture tecnologiche che l’intero Sistema Paese attende. Investimenti invece assolutamente necessari, se vogliamo traghettare la nostra economia verso una maturità piena e verso opportunità nuove.

a cura di www.assotel.it

Responsabilità e corresponsabilità installatori, parliamone

03/07/2013

Il 21 marzo scorso, un gioielliere è stato ucciso in un negozio in pieno centro a Milano da un rapinatore, che è stato subito identificato grazie alle immagini registrate dalle telecamere installate nella strada e arrestato nel giro di pochissimi giorni. Un episodio di cronaca che conferma da un lato l’estrema utilità dei sistemi di videosorveglianza urbana, ma dall’altro solleva almeno due questioni molto serie, da approfondire e possibilmente risolvere, nell’interesse di tutta la filiera della sicurezza. 
Prima questione: il gioielliere sarebbe stato aggredito da una persona che aveva lavorato alle dipendenze della ditta che aveva fornito l’impianto di videosorveglianza fino al licenziamento, avvenuto non molto tempo prima della rapina. 
Secondo le ricostruzioni di stampa, il gioielliere avrebbe fatto entrare in negozio l’aggressore che si era presentato dicendo di dover verificare l’impianto che gli aveva installato, non sapendo che quella persona non lavorava più alle dipendenze della ditta. 
Allo stato attuale, non esiste alcuna normativa che imponga agli installatori di programmare gli interventi di manutenzione né di comunicare ai clienti l’inizio o la cessazione del rapporto di lavoro dei propri dipendenti, salvo procedure attivate dai clienti stessi – di solito banche, PA e grandi aziende, di certo non da privati o da piccole aziende. 

Seconda questione: è stato accertato che il presunto assassino aveva accumulato precedenti penali di vario tipo, prima di venire assunto dalla ditta che lo ha poi mandato a lavorare sugli impianti di allarme dei propri clienti, fra i quali la sciagurata gioielleria in via dell’Orso.
È abbastanza evidente che il datore di lavoro che lo aveva assunto non poteva conoscere questi precedenti, dato che: a) è vietato assumere informazioni sui lavoratori, sia in fase di assunzione che durante il rapporto di lavoro; b) non esiste, allo stato, alcuna norma che stabilisca i requisiti soggettivi minimi di natura penale da richiedere, da parte di un’Autorità di controllo, a chi installa impianti di allarme presso i clienti. Una situazione paradossale, che vede gli installatori/datori di lavoro nell’impossibilità di sapere se i propri dipendenti – del cui operato possono dover rispondere nei confronti dei propri clienti – abbiano o meno precedenti penali, per di più sotto il tiro di un’opinione pubblica propensa a generalizzare. Quante volte è capitato di sentir dire «non metto l’impianto di allarme perché, tanto, sono poi loro a venire a rubare»? 
Al gioielliere di via dell’Orso è andata molto peggio ma, al di là del singolo episodio, tutti sanno che colui che installa un impianto di allarme riceve, anche non volendo, informazioni molto delicate: la configurazione del sito, i punti dove sono conservati i valori e le loro caratteristiche, la funzionalità dell’impianto installato e dei componenti, i suoi lati deboli, le modalità di utilizzo da parte del cliente, etc. Di certo ha molte più informazioni sensibili, per esempio, delle guardie giurate che devono poi gestire l’impianto, se il cliente si collega a un istituto di vigilanza; quelle guardie che, per venire assunte, devono esibire certificato penale e carichi pendenti, oltre all’attestazione del possesso dei requisiti formativi richiesti dalla legge. 
Se perfino agli steward addetti alla sicurezza negli stadi con rapporto di lavoro interinale vengono richiesti i requisiti soggettivi minimi previsti dal TULPS del 1931 per le autorizzazioni di polizia, è possibile che colui che progetta un sistema di sicurezza, lo installa e gli fa la manutenzione non debba dimostrare di essere almeno senza precedenti penali? 
Anche a seguito della più recente giurisprudenza civile di Cassazione si parla molto, in questo periodo, della responsabilità civile degli installatori, e l’allegato K della Norma Cei 79 -3 affronta il problema solo dalla parte delle “buone pratiche” in campo tecnico. 
A salvaguardia della categoria, sarebbe il caso di esaminare il problema anche dal punto di vista dei requisiti soggettivi degli installatori, sollecitando a tale scopo una normativa specifica a chi di dovere. 
È un aspetto non irrilevante di sicurezza pubblica, visto quanto è successo a Milano il 21 marzo scorso.

a cura della Redazione di Securindex.com

Garante, ok telecamere intelligenti in zone isolate

03/07/2013

Il Garante per la privacy ha accolto le richieste avanzate da un gruppo industriale di installare un sistema di videosorveglianza "intelligente", dotato di riconoscimento dei movimenti, per proteggere cinque complessi fotovoltaici posizionati in zona isolate.
Le domande di verifica preliminare presentate traggono origine dalle peculiari esigenze organizzative e di sicurezza dei siti produttivi che si trovano in ampie aree lontano da centri abitati e solitamente non richiedono la presenza di personale sul posto. Le società che gestiscono gli impianti hanno quindi chiesto di poter abbinare al normale sistema di videosorveglianza, dotato di telecamere fisse e "speed-dome" (brandeggiabili e dotate di zoom), una funzione di "motion control" in grado di rilevare automaticamente eventuali movimenti all'interno dell'area ripresa e di allertare immediatamente il personale di controllo. Le nuove funzionalità consentirebbero alle imprese di garantire la sicurezza delle infrastrutture da intrusioni e danneggiamenti, nonché di monitorare costantemente il corretto funzionamento degli impianti in modo da richiedere l'intervento di addetti sul posto solo in caso di eventi anomali.
L'Autorità ha riconosciuto le specifiche necessità del gruppo e ha autorizzato l'attivazione delle nuove tecnologie con l'obbligo, però, di adottare adeguate tutele per la privacy. Le telecamere dovranno essere opportunamente segnalate e potranno inquadrare solo le aree interne dell'impianto e l'area immediatamente attigua la recinzione. L'accesso via internet alle immagini conservate nei computer degli impianti potrà avvenire solo tramite connessioni protette (con rete VPN) e trasmissioni criptate. Tali dati, inoltre, potranno essere consultati solo da personale appositamente incaricato e dotato di utenze di accesso individuale.
Il Garante ha infine sottolineato che, siccome le telecamere potrebbero riprendere l'attività del personale inviato a operare sul posto, le aziende coinvolte dovranno comunque operare nel rispetto dello Statuto dei lavoratori. Prima di avviare l'attività di videosorveglianza, le società dovranno quindi attendere l'apposito nulla osta già richiesto alle competenti Direzioni provinciali del lavoro. In ogni caso, le riprese potranno essere utilizzate solo per finalità connesse alla tutela del patrimonio aziendale e non per il controllo a distanza dei lavoratori o per altri scopi non previsti.

a cura di Garante della Privacy, newsletter 28 giugno 2013, n. 374

Per il 26% delle famiglie la propria zona è pericolosa

01/07/2013

Roma, 24 giugno. (Adnkronos) - Il 26,4% delle famiglie italiane sente che la zona in cui vive e' a rischio criminalità. Secondo i dati dell'indagine Istat 2012 sulle famiglie, elaborati dall'Osservatorio sulla sicurezza sussidiaria e complementare dell'Assiv, l'associazione della vigilanza privata aderente a Confindustria, la percezione di insicurezza è rimasta quasi invariata a livello nazionale rispetto al 2011 (26,6%), variazioni invece vengono registrate a livello territoriale.
 La regione italiana che si sente meno sicura è la Campania, che occupa il primo posto con il 38,7% delle famiglie che dichiarano presenza di rischio criminalità nella zona in cui vivono. Pur mantenendo il primo posto nella classifica dell'insicurezza, la Campania ha però  fatto molti passi avanti, registrando il maggior tasso di riduzione (-6,7%) della percezione di insicurezza rispetto all'indagine 2011. Al secondo posto il Lazio, dove l'insicurezza è percepita da 32,9 famiglie su 100, anche qui in calo sul 2011 (-1,9%). Sale molte posizioni, dal nono al terzo posto, l'Umbria dove sono 32,7 su cento le famiglie che sentono il rischio criminalità, con un aumento del +10,8% rispetto al 2011. Al quarto posto si colloca il Veneto con 29,4 famiglie su cento (+4,2%) e al quinto la Lombardia con 29 famiglie (in calo del -3,2%). Subito dopo e' la volta del Piemonte con il 27,4% (+0,7%) e a seguire della Puglia dove le famiglie che dichiarano rischio criminalità sono 25,7 su cento, in aumento dell'1,3%.
Le regioni dove invece la percezione di insicurezza è più bassa sono guidate dal Trentino Alto Adige, dove solo 8,6 famiglie su cento (+ 0,3%) dichiarano la presenza di rischio criminalità nella loro zona. Il secondo posto è della Valle d'Aosta col 13,1% (+2,3%), seguita a pari merito da Friuli Venezia Giulia e Molise con il 13,8%, ambedue con percentuale invariata rispetto al 2011. Le altre regioni più tranquille sono tutte meridionali: la Sardegna è al quarto posto con 14,3 famiglie su cento (-1,9%), la Basilicata al quinto con 14,6% (ma rispetto al 2011 segna una crescita del 6,4% e scende di tre posizioni), seguita da Abruzzo con 16,9 famiglie su cento (-0,7%) e Calabria con 17,8 per cento (+3,1%).

a cura della redazione di Securindex

Il Door Fan Test approda in SAET Milano!

26/06/2013

Utilizzato da diversi anni, negli Stati Uniti, come ausilio alla progettazione dei sistemi di riscaldamento e
condizionamento, alla fine degli anni ‘80 il Door Fan Test è stato sviluppato e codificato nell’ambito dell’ingegneria antincendio, per la verifica dei locali protetti con sistemi di estinzione a saturazione di gas.

Il protocollo di prova del Door Fan Test fu ufficialmente formalizzato nell’edizione 1989 dello standard: NFPA 12A: “Halon 1301 Fire Extinguishing Systems”, Appendix B e ripreso nel 1994 da NFPA 2001: “Clean Agent Fire Extinguishing Systems”, Appendix B.
In seguito, è stato definito anche l’omologo standard ISO che è riportato nell’Annex E della norma pubblicata nel 2000: ISO 14520-1:2000: “Gaseous fire-extinguishing systems – Physical properties and system design -- Part 1: General requirements".

Da oggi il Door Fan Test approda in SAET Milano.
La società si è, infatti, dotata della strumentazione e delle competenze tecnico/professionali necessarie per offrire alla propria clientela anche questo servizio.

Come case history, in particolare, il test è in fase di attivazione presso una primaria società di TLC, che ha richiesto l'intervento di SAET Milano per le proprie sedi diffuse su tutto il territorio nazionale.

Nel dettaglio, il Door Fan Test consiste in una procedura di analisi e di verifica delle caratteristiche di tenuta di un locale, cioè della sua attitudine ad impedire che, in presenza di un gradiente di pressione fra interno ed esterno, si crei un flusso d’aria attraverso le pareti che lo compartimentano.
Il Door Fan Test fornisce un metodo per valutare l’entità delle perdite di un locale e la sua capacità di
trattenere all’interno il gas emesso da un sistema di estinzione a saturazione totale (Total Flooding Discharge).
Il Test consente, inoltre, di procedere alla ricerca sistematica ed alla individuazione delle aree di perdita
presenti sulle superfici che delimitano il locale. 
Il Test cvene messo in atto pressurizzando e depressurizzando il locale e misurando le portate di aria necessarie allo scopo mediante un’apparecchiatura che consta di:
• un pannello da adattare sull’apertura di un vano porta del locale da esaminare
• n° 1 o 2 ventilatori con velocità regolabile, da installare sul suddetto pannello, per immettere ed
estrarre aria dal locale
• una consolle di controllo con gli strumenti per la misura delle pressioni interna ed esterna al locale, del
flusso d’aria generato per ottenerle, delle temperature interne ed esterne.

Ed ecco, nel dettaglio, la procedura operativa:
. preparazione della zona di lavoro interessata dalle attività con apposizione di targhe ed altri accessori di inibizione accessi all’area
. installazione del gruppo ventilatore RetroTEC e di tutta la strumentazione necessaria, con PC di controllo in tempo reale della prova mediante software dedicato e sistema di misura delle pressioni, inclusa la pressione differenziale.
. verifica della corretta posizione delle serrande di ventilazione
. esecuzione delle prove e rilievi strumentali, come raccomandato dalle normative F.M. e NFPA 
. attesa per ripristino delle eventuali perdite in caso di esito negativo della prova
. smontaggio attrezzature e ripristino dell’area di lavoro allo stato precedente l’inizio delle attività
. realizzazione e consegna di relazione descrittiva delle prove e dei relativi risultati con allegati i certificati di taratura di tutte le apparecchiature, i rilievi dimensionali eseguiti, le eventuali stampe dell’elaboratore e i tracciati delle variabili misurate
. determinazione del numero di serrande necessario.

 

Riepilogo riferimenti normativi 

Premesso che il Door Fan Test verifica l’integrità del locale senza bisogno di scarica di gas e che prove ripetute permettono miglioramenti della tenuta sia in sede di progetto che di collaudo, la norma impiantistica cui fare riferimento è la UNI EN 15004-1 punto 8.2.4.
Tale norma stabilisce che il test è obbligatorio.
Il test per l’integrità del locale (Door Fan Integrity Test) ed il mantenimento della concentrazione dell’estinguente è richiesto dalla norma NFPA 2001 e dalla UNI 15004 e dalla norma UNI 10877, che lo definisce indispensabile per la verifica dei locali nei quali vengono installati gli impianti a saturazione totale.
Infatti, una tenuta non adeguata potrebbe compromettere il corretto funzionamento dell’impianto di spegnimento.
La norma UNI 10877 e la norma ISO 14520 obbligano sia in fase di installazione di un nuovo impianto che in fase di manutenzione il controllo dell’integrità del locale (Volume protetto) per identificare e, di conseguenza, sigillare qualunque eventuale perdita d’aria significativa che potrebbe portare all’incapacità del volume di mantenere il livello specificato di concentrazione della sostanza estinguente per il periodo di permanenza richiesto dalla norma. 
Ogni anno il Test va ripetuto per garantire l’integrità dei locali.

Ambiti di applicazione

I locali che più frequentemente utilizzano questi tipi di estinguenti e nei quali quindi in Door Fan Test è indicato sono:
data center
sale server e rack
centri elaborazione dati CED
archivi
locali con impianti speciali.

SAET Milano è presente sul sito di IFMA Italia

25/06/2013

IFMA - Associazione Internazionale Facility Management.


Area News:

http://www.ifma.it/index.php?pagina=articolo.php&id_articolo=421

Controllo accessi, faticano a imporsi gli standard aperti

24/06/2013

Milano – La necessità di modernizzare e di mettere in rete i sistemi di controllo accessi sta creando una forte attenzione sul tema degli standard aperti, anche in relazione al trend di crescita del settore, che a livello globale dovrebbe toccare 2,3 miliardi dollari entro la fine del 2013, segnando un + 10% rispetto a 2,1 miliardi nel 2011, secondo IMS Research (oggi IHS). 
Il controllo accessi è fortemente arretrato rispetto alla videosorveglianza in termini di adozione di standard aperti. Nonostante i tentativi da parte di associazioni come il Physical Security Interoperability Alliance (PSIA) e della Commissione Elettrotecnica internazionale (IEC) per introdurre gli standard aperti in questo segmento, non si sono ancora raggiunti risultati soddisfacenti e le richieste che arrivano da molti fornitori vengono lasciate senza risposta.
« Lo standard IEC 60839-11-1, che dovrebbe venire approvato entro la fine dell'anno, avrà un grande impatto sulla produzione e l'interoperabilità di migliaia di sistemi di controllo accessi" - ha dichiarato Blake Kozak, analista senior di IHS - La proposta di standard definisce non solo le funzionalità minime, i requisiti di prestazione e i metodi di prova per i sistemi di controllo elettronico degli accessi, ma anche quelli dei componenti utilizzati per l'accesso fisico agli edifici e gli spazi circostanti. In questo momento, ogni pannello di controllo accessi ha un proprio motore e un firmware che funziona con il software concepito per una particolare situazione applicativa. Inoltre, ci sono database che utilizzano schemi specifici, rendendo difficile per gli utenti finali l’utilizzo di pannelli di produttori diversi nello stesso impianto. Adottando uno standard aperto, molti di questi problemi saranno superati ma la visione non è affatto una realtà e l'industria del controllo accessi deve affrontare una battaglia in salita», ha proseguito Kozak.

a cura della Redazione di Essecome

Riforma del condominio e videosorveglianza

24/06/2013

MILANO - Come è noto, il testo della riforma del condominio entrerà in vigore il prossimo 18 giugno. L'Art.1122 ter. riguarda gli impianti di videosorveglianza sulle parti comuni: ”Le deliberazioni concernenti l'installazione sulle parti comuni dell'edificio di impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall'assemblea con la maggioranza di cui al secondo comma dell'articolo 1136”. La situazione prima della riforma su questa materia presenta un vuoto normativo che in questi anni ha dato origine a diverse sentenze in varie parti di Italia. Nella maggior parte dei casi sono state dibattute questioni circa il numero di condomini necessari per approvare l'installazione delle telecamere di sicurezza o relative al dubbio se fosse necessario o meno il parere degli inquilini, oltre a quello dei proprietari di appartamento.
Si è molto parlato del tema della tutela della privacy, argomento decisamente controverso. Vediamo ora alcuni aspetti fondamentali di questo articolo. In materia di maggioranza, l'articolo rimanda direttamente al secondo comma dell'articolo 1136 del codice civile, che prevede le seguenti disposizioni. In prima convocazione, per l'approvazione di una delibera occorre il quorum di 2/3 del valore della maggioranza per teste, voto favorevole della maggioranza degli intervenuti e almeno metà del valore dell'edificio. In seconda convocazione risulta invece sufficiente la maggioranza degli intervenuti in assemblea, con un numero di voti che rappresenti almeno un terzo del valore dell'edificio. Ci si può ora domandare cosa avviene dopo l'avvenuta approvazione dei lavori per l'installazione di un sistema di videosorveglianza.
É necessario siano osservate tutte le precauzioni previste dal provvedimento generale del Garante della privacy. In sintesi, si deve: informare le persone in transito della presenza delle telecamere con cartelli ben visibili; nel caso in cui l'impianto di videosorveglianza sia collegato alle forze dell'ordine, occorre che le persone che passano dinanzi alle telecamere siano informate tramite specifici cartelli. Un altro quesito. Per quanto tempo possono essere conservate le immagini riprese? La risposta è chiara: fatta eccezione per casi particolari, quali ad esempio indagini in corso, i video possono essere conservati fino a un massimo di 24 ore. Si ricorda che la videosorveglianza condominiale non ha nulla a che vedere con la videosorveglianza per scopi personali. Quest'ultima presenta caratteri diversi da quelli della videosorveglianza che interessa le parti comuni di un edificio. Nel caso si intenda installare un sistema di videosorveglianza per scopi personali, l'angolo della visuale delle riprese deve essere limitato ai soli spazi di propria esclusiva pertinenza, escludendo pertanto, e sempre, le parti comuni.

www.lastampa.it

ANIE Confindustria: bonus edilizia, ottime decisioni

05/06/2013

Milano - Deciso apprezzamento da parte di ANIE Confindustria, la Federazione delle imprese elettriche ed elettroniche, all’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della proroga del bonus fiscale per le ristrutturazioni del 50% e dell’eco-bonus sull’efficienza energetica.
 «Una boccata d’ossigeno per le nostre imprese – sostiene il Presidente di ANIE Confindustria, Claudio Andrea Gemme. - Diversi i settori presenti nella nostra Federazione, dall’impiantistica elettrica in generale (impianto elettrico, cablaggio) a quella specialistica (impianti di illuminazione, di sicurezza, di automazione integrata, impianti fotovoltaici) che ci aspettiamo risentiranno positivamente della proroga sulla detrazione per le ristrutturazioni. Ma le misure approvate oggi devono necessariamente essere un primo e non unico passo – continua Gemme – per far crescere la nostra economia, stimolare gli investimenti, riattivare la domanda interna. Importante il segnale sull’eco-bonus, innalzato al 65%, che risponde anche alla richiesta di maggiore attenzione, più volte segnalata da ANIE, sul tema dell’efficienza energetica. È pur vero, purtroppo, che sono ancora molte, forse troppe, le tecnologie determinanti per ottimizzare concretamente le prestazioni energetiche degli edifici e attualmente non previste dalla detrazione del 65%». 
ANIE Confindustria, con oltre 1.200 aziende associate e circa 450.000 occupati, rappresenta il settore più strategico e avanzato tra i comparti industriali italiani, con un fatturato aggregato di 71 miliardi di euro (di cui 28 miliardi di esportazioni). Le aziende aderenti a Federazione ANIE investono in Ricerca e Sviluppo il 4% del fatturato, rappresentando più del 30% dell’intero investimento in R&S effettuato dal settore privato in Italia.

a cura di Securindex.com

+ 1,31% il mercato della sicurezza fisica nel 2012

29/05/2013

Milano – Secondo i dati anticipati sul sito di ANIE Sicurezza il comparto della sicurezza fisica, suddiviso nei tre segmenti ANTI INCENDIO – ANTI INTRUSIONE – BUILDING AUTOMATION, è cresciuto nel 2012 di un seppur modesto 1,31%, malgrado la crisi sempre più grave che sta riducendo il PIL e i consumi delle famiglie.
 
Al risultato comunque positivo hanno contribuito tutti i tre segmenti (anti incendio + 0,79%, anti intrusione + 1,68%, building automation + 0,87%), con l’unico segno negativo (- 7,65%) in capo al sotto-segmento “anti intrusione e sistemi di monitoraggio centralizzati”. Un calo molto più contenuto di quello subito nel 2010 (-27,19%) e comunque compensato dal progresso degli altri due sottosegmenti che compongono l’anti intrusione: + 0,54% per il controllo accessi e, soprattutto, + 5,24% per la tvcc, cresciuta quasi del 25% nell’ultimo triennio.

In attesa che ANIE Sicurezza pubblichi i dati completi assieme ai valori assoluti per poter tracciare un bilancio definitivo, si possono esprimere alcune considerazioni preliminari:
 
a. I segmenti no-security ( anti incendio e BA) hanno dimostrato una sostanziale stabilità, crescendo rispettivamente del 2,38% e del 4,19% nel triennio 2010/2012;
b. A fronte della crescita della tvcc, i sistemi anti intrusione tradizionali (rilevatori, centrali, sirene e centralizzazione) hanno perso circa un 1/3 dei volumi espressi nel 2009: una crisi che colpisce soprattutto i produttori italiani, mentre la tvcc è quasi completamente di appannaggio dei produttori stranieri;
c. La videosorveglianza ha conquistato la supremazia del segmento anti intrusione ancora con la tecnologia analogica a tirare la volata davanti a quella IP: quando sarà compiuto il sorpasso, forse già nel 2013, è prevedibile un’ulteriore accelerazione nella crescita del sottosegmento definito ancora “tvcc” e, quindi, dell’intero comparto della sicurezza fisica. 
Il calo perdurante dell’anti intrusione tradizionale, in controtendenza rispetto ai principali mercati stranieri, è in gran parte dovuto al pesante ridimensionamento di settori che negli anni passati avevano trainato la domanda – in particolare il sistema bancario e la PA – mentre non è ancora partito il segmento residenziale, un bacino di utenza potenziale stimato in 10 miliardi di euro nei prossimi anni.
 
A cura di Raffaello Juvara – Securindex

Stop alle telecamere nascoste sul lavoro

29/05/2013

Il Garante per la privacy ha considerato illecito il trattamento dei dati personali effettuato attraverso apparati di ripresa installati in modo occulto presso la sede di una società editrice di un quotidiano del sud e lo ha pertanto vietato.
Gli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza su mandato del Garante hanno appurato che  presso la sede della società era stato installato nel 2007 un sistema di videosorveglianza "per finalità di tutela dei beni aziendali" composto di diciannove telecamere, quindici delle quali "celate all'interno di rilevatori di fumo e all'interno di segnali luminosi delle uscite di emergenza”, tutte comunque collegate a un registratore digitale
Le immagini erano visualizzabili attraverso sei monitor, cinque dei quali utilizzati per la visione in tempo reale delle immagini rilevate e uno per la visione delle immagini registrate; il tempo di conservazione delle immagini è risultato pari a sei giorni circa ancorché nelle istruzioni impartite al responsabile del trattamento fosse previsto un tempo di conservazione non superiore alle 24 ore.
Il tutto all'insaputa dei lavoratori, ai quali non era stata fornita alcuna informativa sulla presenza dell'impianto. Non era stato neppure stipulato alcun accordo con le rappresentanze sindacali. Le uniche informazioni, peraltro altamente insufficienti, erano contenute in un cartello di piccole dimensioni (15x15 cm), affisso a circa tre metri di altezza all'ingresso del luogo di lavoro.
Il Garante ha ritenuto che  la società  abbia violato il principio di liceità, trattando illecitamente i  dati personali dei lavoratori, e violato il diritto alla riservatezza e della dignità dei lavoratori, nonché le norme che ne vietano il controllo a distanza. Il Garante ha inoltre disposto il divieto del trattamento di dati personali mediante gli apparati di ripresa occultamente installati presso la sede della società, con obbligo per la società di mera conservazione dei dati eventualmente registrati ai soli fini di consentire l'attività di accertamento da parte delle competenti autorità e la tutela dei diritti degli interessati.

a cura di Cristina Isabella Carminati – Securindex

 

 

Rapina, impiegato ferito: condannato datore di lavoro

10/05/2013

Roma – Importante sentenza della Cassazione, che sancisce l’obbligo per il datore di lavoro di proteggere i propri dipendenti dai rischi conseguenti ad atti delittuosi con adeguate misure di sicurezza preventiva. Una sentenza giuslavoristica destinata a interagire in modo importante con il mondo della sicurezza, in quanto le  motivazioni in base alle quali è stata condannata Poste Italiane spa potranno infatti costituire un precedente giurisprudenziale applicabile ad altri  ambiti lavorativi , nei quali  gli addetti siano esposti a danni biologici provocati  da azioni criminose correlate all’attività svolta. Una situazione che oggi interessa in modo particolare il mondo della grande distribuzione e delle attività commerciali a rischio.
La sentenza n. 8486  emessa l’8 aprile 2013 dalla Cassazione Civile -  Sezione Lavoro  ha rigettato il ricorso presentato da Poste Italiane  spa avverso la sentenza della Corte di Appello di Bari del 2009, che aveva condannato la società a risarcire il danno biologico subito da un dipendente, a seguito di una rapina all’ufficio postale dove lavorava.  La sentenza ha stabilito che  “il contenuto degli obblighi a tutela dell'integrità fisica dei dipendenti deve  essere individuato nella predisposizione di misure e mezzi di sicurezza idonee a salvaguardare detti prestatori da possibili danni determinati, tra l’altro, dallo specifico riferimento all'attività anche creditizia - esercitata presso l'ufficio postale teatro della rapina”. Misure e mezzi che la Cassazione elenca:  “efficienza del sistema di allarme (nella fattispecie non funzionante, come ammesso dalla stessa Società nel giudizio di merito), predisposizione di misure di protezione dell'ufficio postale con vetrate antisfondamento ed antiproiettile, con doppie porte con apertura alternata e comando di blocco automatico, con impianti di videoregistrazione, di vigilanza a mezzo guardie giurate, adeguata protezione del cortile condominiale. 

a cura di Raffaello Juvara - Securindex

ISTR Symantec, l'Italia scala la classifica

03/05/2013

L’Internet Security Threat Report di Symantec rivela un aumento del cyber-spionaggio e che gli attacchi verso le piccole imprese sono triplicati.
Symantec Corp. (Nasdaq: SYMC) ha annunciato i risultati dell’Internet Security Threat Report, Volume 18 (ISTR), che rivela un aumento del 42 % del numero di attacchi mirati nel corso del 2012, rispetto all'anno precedente. Progettati per rubare la proprietà intellettuale, questi attacchi mirati di cyber-spionaggio stanno colpendo sempre più industrie nel settore manifatturiero, così come le piccole imprese, che sono l’obiettivo del 31% di questi attacchi. Le piccole imprese sono bersagli appetibili di per sé, e rappresentano un modo per raggiungere le imprese più grandi tramite tecniche di “watering hole”. Inoltre, i consumatori restano vulnerabili a ransomware e alle minacce verso i dispositivi mobili, in particolare sulla piattaforma Android.
"L’ISTR di quest'anno mostra che i criminali informatici non stanno rallentando le proprie attività, ma continuano a inventare nuovi modi per sottrarre informazioni ad imprese di tutte le dimensioni”, ha dichiarato Stephen Trilling, chief technology officer di Symantec. “La sofisticatezza degli attacchi, insieme alla complessità dell’IT di oggi, come la virtualizzazione, la mobilità e il cloud, richiedono alle aziende di rimanere proattivi e di utilizzare delle misure di sicurezza per una ‘difesa in profondità’ che permetta di agire in anticipo rispetto agli attacchi”.

Le piccole imprese sono la via più facile.
Gli attacchi mirati sono in maggiore crescita tra le imprese con meno di 250 dipendenti. Le piccole imprese sono ora l’obiettivo del 31% degli attacchi, con un aumento di tre volte tanto rispetto al 2011. Mentre le piccole imprese possono sentirsi immuni dagli attacchi mirati, i cyber-criminali sono attirati dalle informazioni sui conti bancari, dai dati dei clienti e dalla proprietà intellettuale di queste aziende. Gli attaccanti si focalizzano sulle piccole imprese che spesso mancano di adeguate pratiche e infrastrutture di sicurezza.
Gli attacchi web-based sono aumentati del 30% nel 2012, molti dei quali provenienti dai siti di piccole imprese compromessi. Questi siti sono stati poi utilizzati in massicci attacchi informatici, così come in attacchi “watering hole”. In un attacco watering hole, l’attaccante compromette un sito, come un blog o il sito di una piccola impresa, che è noto per essere frequentato dalle vittime che interessano all’attaccante. Quando la vittima visita in seguito il sito compromesso, un attacco mirato payload viene silenziosamente installato sul suo computer. La Gang Elderwood è stata la pioniera di questa classe di attacchi; nel 2012, ha infettato con successo 500 aziende in un solo giorno. In questi scenari, l’attaccante sfrutta i sistemi di sicurezza più deboli di un’azienda per aggirare la sicurezza potenzialmente più forte di un'altra impresa.
Il settore manifatturiero e i professionisti aziendali diventano gli obiettivi primari
Sorpassando i governi, la produzione manifatturiera si posiziona in cima alla lista dei settori che sono stati bersaglio di attacchi nel 2012. Symantec ritiene che questo risultato sia attribuito all’aumento degli attacchi mirati alla filiera – i criminali informatici trovano questi appaltatori e sub-appaltatori a rischio di attacchi e che sono spesso in possesso di proprietà intellettuali di valore. Spesso, inseguendo le aziende manifatturiere nella filiera, gli attaccanti hanno accesso a informazioni sensibili di un’azienda più grande. Inoltre, i dirigenti non sono più gli obiettivi primari. Nel 2012, le vittime più comuni di questi tipi di attacchi in tutti i settori sono stati i professionisti aziendali (27%) che hanno accesso alla proprietà intellettuale, e chi lavora nelle vendite (24%).

Il malware per dispositivi mobili e i siti web malevoli mettono a rischio i consumatori e le imprese.
L'anno scorso, il malware per dispositivi mobili è aumentato del 58%, e il 32% di tutte le minacce mobili aveva lo scopo di rubare informazioni, come ad esempio indirizzi di posta elettronica e numeri di telefono. Sorprendentemente, questi aumenti non possono essere attribuiti necessariamente alla crescita del 30% delle vulnerabilità per dispositivi mobili. Mentre le vulnerabilità per iOS di Apple sono state quelle più documentate, c’è stata solo una minaccia scoperta durante lo stesso periodo. Android, invece, ha mostrato un minor numero di vulnerabilità, ma più minacce di ogni altro sistema operativo mobile. La quota di mercato di Android, la sua piattaforma aperta e i molteplici metodi di distribuzione a disposizione per la diffusione di app malevole, rendono questo sistema operativo la piattaforma preferita dagli attaccanti.
Inoltre, il 61% dei siti malevoli sono in realtà siti legittimi che sono stati compromessi e infettati con codice malevolo. I siti web di business, tecnologia e shopping sono stati tra i primi cinque tipi di siti ospitanti le infezioni. Symantec attribuisce questo alle vulnerabilità non corrette con “patch” presenti sui siti legittimi. Negli anni passati, questi siti web sono stati spesso presi di mira per la vendita di falsi antivirus ad ignari consumatori. Tuttavia, Ransomware, un metodo di attacco particolarmente aggressivo, sta ora emergendo come malware preferito a causa della sua elevata redditività per gli attaccanti. In questo scenario, gli attaccanti utilizzano siti compromessi per infettare gli utenti ignari e bloccare le loro macchine, chiedendo un riscatto in cambio del ripristino dell’accesso. Un’altra fonte di infezioni di siti web in forte crescita è il malvertisement – e cioè l’acquisto da parte dei cybercriminali di spazi pubblicitari su siti legittimi che vengono poi utilizzati per nascondere il loro codice di attacco.

SYMANTEC ISTR XVIII – La situazione delle minacce in Italia
L’Italia scala la classifica mondiale delle attività malevole.
Secondo quanto riportato da ISTR XVIII di Symantec, l’Italia risale di due posizioni – dal nono posto del 2011 al settimo posto del 2012 - la classifica mondiale che misura la quantità di attività malevole, con un peso percentuale del 2,4% rispetto a tutti gli altri Paesi.
Nella classifica EMEA, l’Italia occupa il terzo posto dopo Germania e Olanda.
Nella classifica delle attività malevole troviamo i Paesi da cui hanno origine le attività che Symantec definisce come malevole: codici malevoli (es. virus, worm, trojan); spam zombies, ovvero sistemi compromessi che vengono controllati in remoto e usati per inviare grandi quantità di email spam; phishing host, e cioè computer utilizzati per le attività di phishing; botnet, che sono le reti di computer controllati in remoto dagli attaccanti e utilizzati come veicolo per inviare attacchi coordinati; infine ci sono i network attack e i web based attack che indicano gli attacchi che vengono lanciati tramite Internet e il web.

Il primato di Roma: quarta città al mondo per numero di bot.
I computer bot-infected, o anche solo bot, sono i computer sui quali gli attaccanti hanno installato un
programma infetto che consente loro di controllare da remoto questi computer e utilizzarli come veicolo di attività malevole.
In questi modo, i cyber criminali sono in grado di controllare un grandissimo numero di computer che
permettono loro di lanciare diversi tipi di attacchi come ad esempio un denial-of-service (DoS) contro il sito web di una organizzazione, l’invio massivo di spam e phishing, la propagazione di codici malevoli, spyware e adware, e la raccolta di informazioni confidenziali con serie conseguenze economiche e legali.
Purtroppo, anche quest’anno Roma si riconferma nelle primissime posizioni della classifica mondiale delle città per numero di bot, guadagnando il quarto posto dopo Taipei, Tokio e Nanning.
Ed è prima nella classifica EMEA, dove al sesto posto troviamo Milano.
Un dato che potrebbe essere spiegato con la possibilità che si tenda a sottostimare il pericolo di un attacco e quindi non vengono adottate le necessarie misure di sicurezza nei confronti dell’endpoint.
Mentre le prime tre città italiane sono Roma, Milano e Cagliari.

Spam e Phishing: due realtà che ci riguardano da vicino.
Anche se la situazione è migliorata rispetto allo scorso anno, spam e phishing restano due fenomeni che posizionano l’Italia rispettivamente all’ ottavo e al nono posto nelle classifiche EMEA.
Questo ci aiuta a spiegare anche il perché della grande quantità di computer infetti presenti nel nostro Paese. Nello specifico, il settore della salute risulta essere quello più colpito da questo tipo di attacchi.

Informazioni sull’Internet Security Threat Report:
L’Internet Security Threat Report offre una panoramica e un’analisi annuale delle attività malevoli globali. Il report si basa sui dati forniti dalla Global Intelligence Network, che gli analisti di Symantec utilizzano per identificare, analizzare e fornire osservazioni sui trend emergenti relativi agli attacchi, i codici malevoli, il phishing e lo spam.

a cura della Redazione di Securindex

Biometria, banche e privacy

30/04/2013

Roma - Il Garante per la protezione dei dati personali ha autorizzato due nuovi progetti in ambito bancario per l’identificazione dei propri clienti tramite l’analisi biometrica della firma apposta su lettori digitali.  La nuova procedura prevede che l’utente non firmi più su un normale foglio di carta, ma su un tablet elettronico “grafometrico” in grado di acquisire alcuni parametri biometrici della persona come il ritmo, la velocità, la pressione esercitata durante il movimento di firma.
A seguito dell’adozione di apposite garanzie a tutela della privacy, i dati registrati possono venire confrontati con quelli già memorizzati in precedenza, al fine di consentire l’autenticazione informatica del cliente che l’ha apposta. 
Come evidenzia il comunicato del Garante, è stata riconosciuta” l’effettiva utilità del nuovo strumento, anche alla luce della specifica normativa del settore bancario - che richiede, ad esempio, l'identificazione certa e rigorosa dell'utenza, in un'ottica di sana e prudente gestione del rischio. 
L’Autorità non ha riscontrato significativi profili di criticità nel primo progetto, presentato da un unico istituto bancario. Sono infatti assicurate adeguate misure di sicurezza e procedure per garantire la corretta gestione dei dati trattati. Il Garante ha però rimarcato che, data la particolare delicatezza delle informazioni raccolte (dati biometrici che potrebbero anche consentire, tra l’altro, di risalire a eventuali patologie dell’utente che appone la firma), esse dovranno essere usate esclusivamente per effettuare l’identificazione dell’utente. 
Sono state invece prescritte alcune integrazioni al secondo progetto di firma biometrica, proposto da quattro diverse banche appartenenti allo stesso gruppo e da una società che offre servizi tecnologici alla PA e alle imprese, al fine di renderlo conforme alla normativa sulla privacy. Il Garante ha rilevato che, diversamente da quanto sostenuto nella documentazione, nel caso specifico le banche e la società di servizi tecnologici condividono la titolarità della gestione dei dati: dovranno quindi definire insieme le modalità del trattamento per le parti di rispettiva competenza e fornire ai clienti un’adeguata informativa in merito. L’Autorità ha poi sottolineato che non si può imporre, neppure indirettamente, alla clientela di aderire alla nuova procedura di analisi biometrica della firma. Gli utenti, infatti, devono poter esprimere il loro consenso al trattamento dei dati in forma libera, con la garanzia di poter usufruire di procedure alternative per la sottoscrizione di documenti bancari. L’Autorità ha infine evidenziato che i dati biometrici così raccolti, a meno che non sia previsto da apposite normative di settore, potranno essere conservati solo per il tempo strettamente necessario a offrire il servizio o per rispondere a eventuali contestazioni presentate anche in sede giudiziaria”. 

a cura della Redazione di Securindex

Garante concede 12 mesi conservazione immagini

19/04/2013

Roma –  Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha stabilito che,  nel  caso di attività produttive particolari  soggette a normative europee, può venire autorizzato l’allungamento del  tempo  di conservazione delle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza.
Con il documento web 2340448 pubblicato lo scorso 27 marzo, l’Autority ha infatti concesso a una società italiana accreditata per la fabbricazione di carta moneta per stampare banconote euro, la possibilità di conservare fino ad un anno le immagini riprese dal proprio sistema di videosorveglianza. La cartiera aveva richiesto una verifica preliminare per avere l'autorizzazione all'allungamento dei tempi di conservazione delle immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza installati presso le proprie sedi,  per rispettare  le regole stabilite dalla Bce. “La Banca Centrale,  in forza del suo potere normativo vincolante,  concede l'accreditamento di sicurezza ai fabbricanti di carta moneta solo a fronte del rispetto di alcune norme minime di sicurezza, che impongono, in particolare, ai produttori di banconote euro accreditati di conservare per almeno dodici mesi le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza installati presso i siti produttivi. Il Garante, dopo aver valutato la peculiarità dell'attività produttiva svolta e le specifiche regole europee di settore, sulla base di quanto previsto dal Codice privacy, ha ritenuto i sistemi di videosorveglianza in questione conformi ai principi di pertinenza e non eccedenza e ha ammesso la conservazione delle immagini registrate per un periodo massimo di dodici mesi.” (Newsletter del Garante 2339483).
In relazione alla particolarità del caso, una cartiera che produce carta moneta, la determina del Garante apre scenari innovativi rispetto ai vincoli sui tempi di conservazione delle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza, fin qui imposti alle aziende italiane. Una maggior attenzione  alle esigenze di sicurezza  legate alle specifiche attività svolte, potrebbe infatti aiutare soggetti strutturalmente esposti  agli attacchi della criminalità predatoria,  come  la grande distribuzione  e i negozi a rischio, anche in assenza di normative europee.

a cura della Redazione di Securindex

 

SAET Milano è presente sul sito di ASSOCIAZIONE IMPRENDITORI NORD MILANO - www.ainm.it

08/04/2013

SAET Milano, la sicurezza di essere sicuri.
Nel panorama nazionale dei sistemi di sicurezza, SAET Milano rappresenta uno storico modello di riferimento sia nella produzione di apparecchiature che nella realizzazione di impianti automatici di rivelazione e segnalazione.
SAET Milano fa parte del Gruppo SAET, che si articola attraverso l’azione sinergica fra le due aziende di engineering e service, SAET Milano srl appunto e SAET spa a Roma, e le due aziende produttive, Tervis srl a Cagliari e SAET Impianti Speciali srl a Torino.
Da questa sinergia nasce l’organizzazione SAET, diffusa su tutto il territorio nazionale con oltre 70 punti di assistenza, che eroga capillarmente i seguenti servizi di sicurezza:
. antifurto e antintrusione
. rivelazione incendio e spegnimento automatico
. controllo accessi e rilevamento presenze
. TVCC e videosorveglianza
. home e building automation
. RFID
a cui si affiancano, come necessario corollario, la progettazione dei sistemi, i controlli tecnologici, la supervisione e la centralizzazione degli impianti.

SAET Milano, la cultura della sicurezza.
SAET Milano, in grado di cogliere le sfide quotidiane che il mondo della sicurezza richiede grazie alla sua struttura agile e moderna, dedica il medesimo impegno progettuale, di installazione, di assistenza e di manutenzione sia alle grandi opere e all’industria, che alle utenze private e commerciali.
In particolare, l’approccio SAET Milano prevede i seguenti step:
. analisi dell’esigenza del cliente e contestuale analisi della fattibilità del progetto
. sviluppo del progetto, anche nei suoi aspetti di sostenibilità economica
. realizzazione della soluzione
. collaudo e rilascio della dichiarazione di conformità
. formazione per il corretto uso dell’impianto
. assistenza tecnica e manutenzione nel tempo

SAET Milano e la marcia in più, l’assistenza tecnica.    
Per SAET Milano realizzare impianti e sistemi di sicurezza e controllo non è sufficiente:  occorre offrire la garanzia di un adeguato livello di manutenzione ed efficienza nel tempo.
SAET Milano assicura, dopo la vendita, l'assistenza tecnica on-site ed il servizio di help-desk telefonico attivo 24 ore su 24.
Una volta scaduta la garanzia, sono previste le seguenti vantaggiose condizioni di manutenzione:
Assistenza tecnica straordinaria:
. assistenza tecnica su chiamata nei normali orari lavorativi
. disponibilità ad effettuare, a pagamento, al di fuori dei normali orari lavorativi dal lunedì al venerdì, servizio di intervento urgente in reperibilità 24 ore su 24.
Assistenza tecnica ordinaria e correttiva:
. FULL SERVICE - comprensiva di visite programmate, interventi di assistenza tecnica su chiamata, tutti i ricambi
. LIGHT SERVICE - comprensiva di visite programmate, interventi correttivi su chiamata, ricambi esclusi. Sui ricambi è, comunque, offerto lo sconto del 30% rispetto ai prezzi di listino correnti.
. PERSONAL SERVICE - personalizzata secondo le specifiche esigenze del cliente.

SAET Milano, dove trovarci.
SAET Milano srl
Via Francesco Petrarca n. 53 - 20099 Sesto San Giovanni (MI)
Tel.  +39 02 2440294 – Fax  + 39 02 22470084
www.saetmilano.it
info@saetmilano.it
Sig.William Ezio Ferrari
Sig. Luca Ferrari

http://www.ainm.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3095&Itemid=199

Videosorveglianza: il Garante della Privacy concede alla cartiera degli euro di conservare più a lungo le immagini

04/04/2013

ROMA - Il Garante per la protezione dei dati personali ha concesso alla società italiana accreditata alla fabbricazione di carta moneta per banconote euro, di conservare fino a un anno le immagini riprese dal proprio sistema di videosorveglianza. La cartiera aveva presentato una verifica preliminare per ottenere l'autorizzazione all'allungamento dei tempi di conservazione delle immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza installati presso le due sedi della società. Tale richiesta di verifica preliminare nasce dall'esigenza della società di rispettare le regole stabilite dalla Bce. In forza del suo potere normativo vincolante, la Banca Centrale concede l'“accreditamento di sicurezza” a chi fabbrica carta moneta solo se sono rispettate alcune norme minime di sicurezza.
Queste ultime impongono, in particolare, ai produttori di banconote euro accreditati di conservare per almeno un anno le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza che siano stati installati presso i siti produttivi. A seguito di un'attenta valutazione della peculiarità dell'attività produttiva svolta e considerate le specifiche regole europee di settore, sulla base di quanto previsto dal Codice privacy, l'Autorità Garante ha ritenuto i sistemi di videosorveglianza in questione conformi ai principi di pertinenza e non eccedenza. Ha pertanto ammesso la conservazione delle immagini registrate fino a un massimo di dodici mesi.
www.garanteprivacy.it

a cura della Redazione di Sec Solution

SAET Milano fa parte di IFMA Italia

04/04/2013

SAET Milano si è recentemente iscritta ad IFMA, International Facility Management Association: www.ifma.it.
IFMA Italia è il capitolo italiano dell'International Facility Management Association, associazione no-profit fondata nel 1980 negli Stati Uniti allo scopo di promuovere e sviluppare il Facility Management, disciplina definita come la strategia di gestione degli immobili strumentali dell'azienda e dei servizi alla base del business, divisi in servizi all'edificio, allo spazio e alle persone. 
SAET Milano darà il proprio contributo in qualità di Socio Fornitore per tutto quanto concerne il mondo dellasecurity.

Escalation di furti tra Sesto e Cinisello

02/04/2013

NORDMILANO - E' una vera e propria emergenza furti quella che sta colpendo i Comuni del Nordmilano. Lo sanno bene le forze dell’ordine che negli ultimi giorni sono intervenute per fermare questa escalation di ladri sempre più arditi.

Si ruba di tutto. Sarà colpa della crisi, ma i ladri del Nordmilano stanno facendo razzia di oggetti fino ad oggi non contemplati nell'elenco dei "desiderata".
L'ultimo colpo, in ordine di tempo, l’ha commesso un romeno di 36 anni, sorpreso dalla polizia in via Risorgimento a Sesto San Giovanni mentre rubava le gomme di una Mercedes. Lui stesso era proprietario di una vecchia Mercedes, ma aveva adocchiato i cerchi in lega dell’altra e voleva impadronirsene.
A Cinisello, due romeni di 21 e 13 anni sono stati bloccati dai carabinieri della caserma locale, mentre cercavano di uscire dal grande magazzino Media World con due tablet rubati e celati dentro una borsa alla quale avevano applicato una schermatura per ingannare i sistemi anti taccheggio.Un altro doppio arresto, questa volta di cittadini moldavi, è stato compiuto dai carabinieri di Cormano all’uscita dell’Oviesse, sulla Statale dei Giovi. I due avevano indossato capi di abbigliamento nuovi per un valore di 600 euro. Erano riusciti ad uscire dal supermarket, ma sono stati intercettati e arrestati dai carabinieri dopo una fuga di poche decine di metri.

a cura di Andrea Guerra - www.nordmilano24.it

Novità da CEI per la protezione contro i fulmini

02/04/2013

MILANO - È stata pubblicata di recente la nuova serie di Norme CEI EN 62305-1/4 (classificazione CEI 81-10/1-4) relativa alla protezione delle strutture contro i fulmini. Quattro le parti di cui si compone, ognuna delle quali ha uno specifico campo di applicazione. Il volume sostituisce la serie Norme CEI EN 62305:2006-04. Vediamo in dettaglio le diverse parti:

CEI EN 62305-1 “Principi generali”. Indica i principi generali che sono alla base della protezione contro il fulmine di strutture, impianti e persone. 
CEI EN 62305-2 “Valutazione del rischio”. Si riferisce alla valutazione del rischio dovuto a fulmini a terra, ed ha lo scopo di fornire la procedura per la determinazione di detto rischio.
CEI EN 62305-3 “Danno materiale alle strutture e pericolo per le persone”. Definisce i requisiti per la protezione contro i fulmini contro i danni materiali e alle persone mediante un impianto di protezione.
CEI EN 62305-4 “Impianti elettrici ed elettronici nelle strutture”. Fornisce elementi sul progetto, l’installazione, la manutenzione e la verifica delle misure di protezione (SPM) per gli impianti interni elettrici ed elettronici per ridurre il rischio di danni permanenti dovuti all’impulso elettromagnetico (LEMP) associato al fulmine.

Le quattro norme della Serie, pubblicate singolarmente in inglese – italiano, sono raccolte, nella sola versione in italiano, anche in un unico Volume per rendere più agevole la loro consultazione. Contemporaneamente alle Norme della serie CEI EN 62305 è stata pubblicata la la Guida tecnica CEI 81-2 “Guida per la verifica delle misure di protezione contro i fulmini”. Essa fornisce indicazioni per verificare la rispondenza alle Norme CEI EN 62305 delle misure di protezione contro i fulmini adottate a seguito della valutazione del rischio di una struttura. Il Set di norme CEI EN 62305-1/4 è in vendita presso tutti i punti vendita CEI e CEI WebStore. Per approfondire l’argomento, CEI propone il corso CEI 81-10: “Valutazione del rischio dovuto al fulmine e scelta delle misure di protezione secondo la serie delle Norme CEI EN 62305”.

a cura della redazione di Sec Solution

 

Furti in appartamento: + 21% nel 2011

21/03/2013

Secondo i dati del Viminale sulla sicurezza, nel 2011 i reati in Italia hanno registrato un'inversione di tendenza rispetto ai tre anni precedenti, aumentando del 5,4% e raggiungendo 2.760.000 delitti in totale. Si evidenzia, in particolare, un'impennata dei reati “predatori” legati alla microcriminalità (scippi e borseggi, rapine e furti in casa).
I furti in appartamento sono cresciuti del 21%, arrivando a quota 205.000, ma anche le rapine (oltre 40.000) hanno registrato un'impennata, con la particolarità che i negozi hanno preso il posto delle banche come bersaglio. 
I borseggi (134.000) e gli scippi (quasi 17.700) sono saliti rispettivamente del 16 e 24%. Il primato, nella classifica delle province più “pericolose”, è di Milano. Il capoluogo lombardo ha la più alta incidenza di reati in rapporto alla popolazione: 7.360 denunce ogni 100.000 abitanti. Seguono Rimini (7.001), Bologna (6.914), Torino (6.763) e Roma (6.138). Milano è prima anche per il numero totale dei reati denunciati ( 294.875). Seguono la capitale con 257.434 casi, Torino (155.701) e Napoli (133.153). I crimini sono cresciuti anche in tante province, tra le quali spicca Forlì, con un incremento di oltre il 18 per cento nel giro di un anno. Seguono Livorno (+15.8%), Rimini, Ravenna, Lucca, Vibo Valentia e Ragusa (+10%). Reati in aumento anche nelle località di villeggiatura dove, da sempre, l'incidenza resta al di sopra della media soprattutto in estate.
Un calo si evidenzia invece a La Spezia, Matera, Catanzaro, Grosseto, e nel sud: Foggia (-6.7%), Enna (-1.6%), Reggio Calabria e Messina (-0.7%). 
L'aumento dei reati «indica che c'è un'esigenza di sicurezza da soddisfare e una maggiore domanda di tutela da parte dei cittadini, ma il governo risponde tagliando un miliardo e mezzo ai corpi di polizia», dichiarano Enzo Marco Letizia, segretario nazionale dell'Associazione nazionale dei funzionari di polizia, e Giuseppe Tiani, segretario generale del Sindacato italiano appartenenti polizia. I reati come i furti in casa gli scippi e le rapine devono essere contrastati tramite un controllo del territorio più capillare ed efficace, «che sarà impossibile da realizzare - continuano - dopo i tagli della spending review che incidono negativamente sull'operatività delle forze dell'ordine».

 

a cura di Casamiasicura.it

 

Videosorveglianza: sistemi integrati e telecamere intelligenti a prova di privacy - Il Garante fissa le regole per l'uso dei sistemi di videosorveglianza

20/03/2013

Sistemi integrati di videosorveglianza solo nel rispetto di specifiche garanzie per la libertà delle persone. Appositi cartelli per segnalare la presenza di telecamere collegate con le sale operative delle forze di polizia. Obbligo di sottoporre alla verifica del Garante privacy, prima della loro attivazione, i sistemi che presentino rischi per i diritti e le libertà fondamentali delle persone, come i sistemi tecnologicamente avanzati o "intelligenti". Conservazione a tempo delle immagini registrate. Rigorose misure di sicurezza a protezione delle immagini e contro accessi non autorizzati.
L'Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha varato le nuove regole alle quali soggetti pubblici e privati dovranno conformarsi per installare telecamere e sistemi di videosorveglianza. Il periodo per adeguarsi è stato fissato, a seconda degli adempimenti, da un minimo di sei mesi ad un massimo di un anno.
Il provvedimento generale, che sostituisce quello del 2004 e introduce importanti novità, si è reso necessario non solo alla luce dell'aumento massiccio di sistemi di videosorveglianza per diverse finalità (prevenzione, accertamento e repressione dei reati, sicurezza pubblica, tutela della proprietà privata, controllo stradale, etc.), ma anche in considerazione dei numerosi interventi legislativi adottati in materia: tra questi, quelli più recenti che hanno attribuito ai sindaci e ai comuni specifiche competenze in materia di incolumità pubblica e di sicurezza urbana, così come le norme, anche regionali, che hanno incentivato l'uso di telecamere.
Il provvedimento, di cui è stato relatore Francesco Pizzetti, in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, tiene conto delle osservazioni formulate dal Ministero dell'interno e dall'Anci.

Ecco in sintesi le regole fissate dal Garante.

Principi generali
• Informativa: i cittadini che transitano nelle aree sorvegliate devono essere informati con cartelli della presenza delle telecamere, i cartelli devono essere resi visibili anche quando il sistema di videosorveglianza è attivo in orario notturno. Nel caso in cui i sistemi di videosorveglianza installati da soggetti pubblici e privati (esercizi commerciali, banche, aziende etc.) siano collegati alle forze di polizia è necessario apporre uno specifico cartello (allegato n. 2), sulla base del modello elaborato dal Garante. Le telecamere installate a fini di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica non devono essere segnalate, ma il Garante auspica comunque l'utilizzo di cartelli che informino i cittadini.
• Conservazione: le immagini registrate possono essere conservate per periodo limitato e fino ad un massimo di 24 ore, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione in relazione a indagini. Per attività particolarmente rischiose (es. banche) è ammesso un tempo più ampio, che non può superare comunque la settimana. Eventuali esigenze di allungamento dovranno essere sottoposte a verifica preliminare del Garante.

Settori di particolare interesse
• Sicurezza urbana: i Comuni che installano telecamere per fini di sicurezza urbana hanno l'obbligo di mettere cartelli che ne segnalino la presenza, salvo che le attività di videosorveglianza siano riconducibili a quelle di tutela specifica della sicurezza pubblica,  prevenzione, accertamento o repressione dei reati. La conservazione dei dati  non può superare i 7 giorni, fatte salve speciali esigenze.
• Sistemi integrati:  per i sistemi che collegano telecamere tra soggetti diversi, sia pubblici  che privati, o che consentono la fornitura di servizi di videosorveglianza "in remoto" da parte di società specializzate (es. società di vigilanza, Internet providers) mediante collegamento telematico ad un unico centro, sono obbligatorie specifiche misure di sicurezza (es. contro accessi abusivi alle immagini). Per alcuni sistemi è comunque necessaria la verifica preliminare del Garante.
• Sistemi intelligenti: per i sistemi di videosorveglianza "intelligenti" dotati di software che permettono l'associazione di immagini a dati biometrici (es. "riconoscimento facciale") o in grado, ad esempio, di riprendere e registrare automaticamente comportamenti o eventi anomali e segnalarli (es. "motion detection") è obbligatoria la verifica preliminare del Garante.
• Violazioni al codice della strada: obbligatori i cartelli che segnalino i sistemi elettronici di rilevamento delle infrazioni. Le telecamere devono riprendere solo la targa del veicolo (non quindi conducente, passeggeri,  eventuali pedoni). Le fotografie o i video che attestano l'infrazione non devono essere inviati  al domicilio dell'intestatario del veicolo.
• Deposito rifiuti:  lecito l'utilizzo di telecamere per controllare discariche di sostanze pericolose ed "eco piazzole" per monitorare  modalità del loro uso, tipologia dei rifiuti scaricati e orario di deposito.

Settori specifici
• Luoghi di lavoro: le telecamere possono essere installate solo nel rispetto dello norme in materia di lavoro. Vietato comunque il controllo a distanza dei lavoratori, sia all'interno degli edifici, sia in altri luoghi di prestazione del lavoro (es. cantieri, veicoli).
• Ospedali e luoghi di cura: no alla diffusione di immagini di persone malate mediante monitor quando questi sono collocati in locali accessibili al pubblico. E' ammesso, nei casi indispensabili, il monitoraggio da parte del personale sanitario dei pazienti ricoverati in particolari reparti (es.rianimazione), ma l'accesso alle immagini deve essere consentito solo al personale autorizzato e ai familiari dei ricoverati.
• Istituti scolastici: ammessa l'installazione di sistemi di videosorveglianza per la tutela contro gli atti  vandalici, con riprese delimitate alle sole aree interessate e solo negli orari di chiusura.
• Taxi: le telecamere non devono riprendere in modo stabile la postazione di guida e la loro presenza deve essere segnalata con appositi contrassegni.
• Trasporto pubblico: lecita l'installazione su mezzi di trasporto pubblico e presso le fermate, ma rispettando limiti precisi (es.angolo visuale circoscritto, riprese senza l'uso di zoom).
•  Webcam a scopo turistico: la ripresa delle immagini deve avvenire con modalità che non rendano identificabili le persone.

Soggetti privati
• Tutela delle persone e della proprietà: contro possibili aggressioni, furti, rapine, danneggiamenti, atti di vandalismo, prevenzione incendi, sicurezza del lavoro ecc. si possono installare telecamere senza il consenso dei soggetti ripresi, ma sempre sulla base delle prescrizioni indicate dal Garante.

Roma, 27 aprile 2010

a cura di www.garanteprivacy.it

 

Il Garante interviene

20/03/2013

Il Garante interviene in merito ai dispositivi di localizzazione dei veicoli in ambito lavorativo

ROMA - Recentemente il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, si è espresso in merito ai sistemi di localizzazione dei veicoli. Utilizzati nell'ambito di un rapporto di lavoro per soddisfare esigenze diverse, organizzative e di sicurezza, questi sistemi consentono di localizzare la posizione dei lavoratori assegnatari dei veicoli stessi. I dati relativi, essendo direttamente o indirettamente associati ai lavoratori, costituiscono però anche informazioni personali riferibili a questi ultimi e devono pertanto essere adeguatamente trattati. In relazione a questo argomento, il Garante ha adottato nel tempo alcune decisioni. Già il "Gruppo di lavoro articolo 29", nel Parere 13/2011, era dedicato alla protezione dei dati relativo ai servizi di geolocalizzazione su dispositivi mobili intelligenti (WP 185, adottato il 16 maggio 2011, p. 15). In esso si afferma che "il datore di lavoro deve evitare il monitoraggio costante. I dispositivi di tracciamento dei veicoli non sono dispositivi di tracciamento del personale. La loro funzione consiste nel rintracciare o monitorare l'ubicazione dei veicoli sui quali sono installati.
I datori di lavoro non dovrebbero considerarli come strumenti per seguire o monitorare il comportamento o gli spostamenti di autisti o di altro personale, ad esempio inviando segnali d'allarme in relazione alla velocità del veicolo". Inoltre, riconoscendo che "il consenso come motivo di legittimazione del trattamento è problematico in un contesto lavorativo", ha auspicato che i datori di lavoro devono accertarsi che sia possibile dimostrare la necessità di vigilare sull'esatta ubicazione dei dipendenti per una finalità legittima e valutare tale necessità a fronte dei diritti e delle libertà fondamentali dei dipendenti. Come è facile intuire, la materia è complessa e ricca di implicazioni. Fermo restando che:il trattamento dei dati di localizzazione deve formare oggetto di notificazione al Garante, in linea generale i principi espressi su questo tema dal Garante stesso nell'ottobre scorso si ispirano a quelli sopra indicati e possono essere sintetizzati come segue. Devono essere individuate le condizioni di liceità e necessitàopportunità di tali trattamenti, dando attuazione all'istituto del c.d. bilanciamento di interessi; oltre alla disciplina di protezione dei dati personali, deve essere rispettata la disciplina dettata dall'art. 4 della legge 20 maggio 1970, n. 300, relativa alla tutela della libertà e dignità dei lavoratori; se sono adottate tutte le garanzie previste, i datori di lavoro privati e gli enti pubblici economici possono effettuare lecitamente il trattamento dei dati personali (diversi da quelli sensibili) anche in assenza del consenso degli interessati.
Il Garante precisa che per il conseguimento di ciascuna delle finalità possono formare oggetto di trattamento solo i dati pertinenti e non eccedenti (ubicazione del veicolo, distanza percorsa, tempi di percorrenza, carburante consumato, velocità media del veicolo). Per quanto riguarda i tempi di conservazione delle diverse tipologie di dati personali eventualmente trattati, questi devono essere commisurati alle finalità in concreto perseguite. Un dato importante riguarda i lavoratori, ai quali dovranno essere forniti gli elementi informativi prescritti dall'art. 13 del Codice, unitamente a compiuti ragguagli sulla natura dei dati trattati e sulle caratteristiche del sistema, in modo che risulti evidente che il veicolo è soggetto a localizzazione (dovranno essere collocati all'interno dei veicoli vetrofanie recanti la dizione "veicolo sottoposto a localizzazione"). 

a cura della Redazione di Sec Solution

La videosorveglianza e la tutela della privacy

20/03/2013

L’applicazione delle disposizioni dettate in materia di tutela delle privacy ai sistemi di videosorveglianza che i comuni stanno utilizzando in modo crescente al fine di meglio tutelare la sicurezza dei cittadini è stata oggetto di uno specifico documento che l’Anci ha presentato lo scorso 12 novembre, sulla base del provvedimento adottato dall’Autorità di garanzia della privacy lo scorso 8 aprile. Siamo in presenza di una serie di importanti ed utili indicazioni operative che offrono un vero e proprio vademecum alle singole amministrazioni.

Le indicazioni Anci
Il documento è stato messo a punto dall’Anci, l’associazione nazionale dei comuni d’Italia, con la collaborazione del Garante. Esso prevede, in particolare, che la presenza della videosorveglianza in città sia segnalata ai cittadini con dei cartelli; per cui si prescrive l’obbligo di informare comunque i cittadini sulla presenza e la utilizzazione di sistemi di videosorveglianza e di videoregistrazione. In secondo luogo viene chiarito che ogni ente deve stabilire dei limiti per la conservazione dei dati e per l'accesso alle immagini. E’ questo un punto nodale del sistema di tutela della riservatezza, in quanto impedisce ogni forma di uso ultroneo di queste informazioni. Il documento auspica che i comuni adottino uno specifico regolamento, in cui riassumere tutte le scelte ed indicare in modo preciso le forme di conciliazione delle esigenze di tutela della privacy e di sicurezza. Ed infatti il senso delle iniziative dell’Anci è stato così riassunto dal sindaco di Padova, Flavio Zanonato, che ha coordinato le iniziative dell’associazione su questa materia: "E' importante che nella videosorveglianza, accanto al rispetto della sfera privata e del corretto utilizzo dei dati personali, i comuni si dotino di regole affinché il servizio sia sempre più accessibile, trasparente, ed individuando al proprio interno precise responsabilità di gestione”.

I principi generali
In questa materia mancano delle precise scelte legislative, per cui occorre rifarsi ai principi di carattere generale dettati per la tutela della privacy. Occorre partire dalla considerazione che “la raccolta, la registrazione, la conservazione e, in generale, l'utilizzo di immagini configura un trattamento di dati personali (art. 4, comma 1, lett. b. del codice). È considerato dato personale, infatti, qualunque informazione relativa a persona fisica identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione”. La videosorveglianza è finalizzata ad una delle seguenti finalità: protezione e incolumità degli individui;razionalizzazione e miglioramento dei servizi al pubblico; protezione della proprietà; rilevazione, prevenzione e controllo delle infrazioni; acquisizione di prove. Occorre garantire che la sua utilizzazione “non determini un'ingerenza ingiustificata nei diritti e nelle libertà fondamentali degli interessati”. Oltre a garantire il rispetto della privacy, la videosorveglianza non deve determinare “interferenze illecite nella vita privata, sul controllo a distanza dei lavoratori, in materia di sicurezza presso stadi e impianti sportivi, o con riferimento a musei, biblioteche statali e archivi di Stato, in relazione ad impianti di ripresa sulle navi da passeggeri adibite a viaggi nazionali e, ancora, nell'ambito dei porti, delle stazioni ferroviarie, delle stazioni delle ferrovie metropolitane e nell'ambito delle linee di trasporto urbano”. Per cui essa è ammissibile a condizione che, per le P.A., avvenga nell’ambito delle finalità istituzionali e, per i soggetti privati, che avvenga nell’ambito dell’adempimento ad un obbligo di legge o del c.d. "bilanciamento di interessi”. Ed ancora, occorre che le attrezzature ed il programma informatico siano “conformati già in origine in modo da non utilizzare dati relativi a persone identificabili quando le finalità del trattamento possono essere realizzate impiegando solo dati anonimi”. Ed ancora, occorre rispettare i principi di carattere generale della “proporzionalità nella scelta delle modalità di ripresa e dislocazione, nonché nelle varie fasi del trattamento che deve comportare, comunque, un trattamento di dati pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite”. Sulla base della più recente legislazione che ha ampliato le attribuzioni dei comuni e dei sindaci nella tutela della sicurezza, è possibile provvedere alla installazione da parte degli enti locali di sistema di videosorveglianza a fini di tutela della sicurezza pubblica. Si deve inoltre ricordare che “l'utilizzo condiviso, in forma integrale o parziale, di sistemi di videosorveglianza tramite la medesima infrastruttura tecnologica deve essere configurato con modalità tali da permettere ad ogni singolo ente e, in taluni casi, anche alle diverse strutture organizzative dell'ente, l'accesso alle immagini solo nei termini strettamente funzionali allo svolgimento dei propri compiti istituzionali, evitando di tracciare gli spostamenti degli interessati e di ricostruirne il percorso effettuato in aree che esulano dalla competenza territoriale dell'ente”. Ed ancora che “nei casi in cui un centro unico gestisca l'attività di videosorveglianza per conto di diversi soggetti pubblici, i dati personali raccolti dovranno essere trattati in forma differenziata e rigorosamente distinta, in relazione alle competenze istituzionali della singola pubblica amministrazione”.

Le prescrizioni generali
Il primo vincolo che occorre rispettare è quello della informativa, per cui tutti i cittadini devono “essere sempre informati che stanno per accedere in una zona videosorvegliata; ciò anche nei casi di eventi e in occasione di spettacoli pubblici”. Tale informativa, che può essere ribattezzata come minima, deve “essere collocata prima del raggio di azione della telecamera; deve essere “ben visibile in ogni condizione di illuminazione ambientale”; “può inglobare un simbolo o una stilizzazione di esplicita e immediata comprensione, eventualmente diversificati al fine di informare se le immagini sono solo visionate o anche registrate”. Appare necessario che le informazioni più compiute siano accessibili, anche in forma telematica, e che il responsabile del trattamento sia in condizione di fornire ampie informazioni. Per la videosorveglianza finalizzata ad esigenze di sicurezza e di repressione di reati tali obblighi devono essere resi in forma semplificata; invece “deve essere obbligatoriamente fornita un'idonea informativa in tutti i casi in cui, invece, i trattamenti di dati personali effettuati tramite l'utilizzo di sistemi di videosorveglianza dalle forze di polizia, dagli organi di pubblica sicurezza e da altri soggetti pubblici non siano riconducibili a quelli espressamente previsti dall'art. 53 del codice (es. utilizzo di sistemi di rilevazioni delle immagini per la contestazione delle violazioni del codice della strada)”. Una specifica cautela è imposta per la utilizzazione di sistemi che consentono di acquisire informazioni ulteriori: “devono essere sottoposti alla verifica preliminare della autorità i sistemi di videosorveglianza dotati di software che permetta il riconoscimento della persona  tramite collegamento o incrocio o confronto delle immagini rilevate (es. morfologia del volto) con altri specifici dati personali, in particolare con dati biometrici, o sulla base del confronto della relativa immagine con una campionatura di soggetti precostituita alla rilevazione medesima. Un analogo obbligo sussiste con riferimento a sistemi c.d. intelligenti, che non si limitano a riprendere e registrare le immagini, ma sono in grado di rilevare automaticamente comportamenti o eventi anomali, segnalarli, ed eventualmente registrarli”. Se invece si rientra nell’ambito di sistemi già sperimentati e che ripetano esperienze già consolidate, non è necessario richiedere alcuna autorizzazione preventiva.

Le misure di sicurezza
“I dati raccolti mediante sistemi di videosorveglianza devono essere protetti con idonee e preventive misure di sicurezza, riducendo al minimo i rischi di distruzione, di perdita, anche accidentale, di accesso non autorizzato, di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta, anche in relazione alla trasmissione delle immagini (artt. 31 e ss. del codice)”. Ed ancora, si deve garantire che “in presenza di differenti competenze specificatamente attribuite ai singoli operatori devono essere configurati diversi livelli di visibilità e trattamento delle immagini”, nonché “deve essere altresì attentamente limitata la possibilità, per i soggetti abilitati, di visionare non solo in sincronia con la ripresa, ma anche in tempo differito, le immagini registrate e di effettuare sulle medesime operazioni di cancellazione o duplicazione”; “per il periodo di conservazione delle immagini  devono essere predisposte misure tecniche od organizzative per la cancellazione, anche in forma automatica, delle registrazioni, allo scadere del termine previsto”; altresì “nel caso di  interventi derivanti da esigenze di manutenzione, occorre adottare specifiche cautele”; “qualora si utilizzino apparati di ripresa digitali connessi a reti informatiche, gli apparati medesimi devono essere protetti contro i rischi di accesso abusivo” ed infine “la trasmissione tramite una rete pubblica di comunicazioni di immagini riprese da apparati di videosorveglianza deve essere effettuata previa applicazione di tecniche crittografiche che ne garantiscano la riservatezza”.

La conservazione
Di regola “la conservazione deve essere limitata a poche ore o, al massimo, alle ventiquattro ore successive alla rilevazione, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione in relazione a festività o chiusura di uffici o esercizi, nonché nel caso in cui si deve aderire ad una specifica richiesta investigativa dell'autorità giudiziaria o di polizia giudiziaria. Solo in alcuni casi, per peculiari esigenze tecniche (mezzi di trasporto) o per la particolare rischiosità dell'attività svolta dal titolare del trattamento  può ritenersi ammesso un tempo più ampio di conservazione dei dati che, sulla scorta anche del tempo massimo legislativamente posto per altri trattamenti, si ritiene non debba comunque superare la settimana”. In specifico “per i comuni e nelle sole ipotesi in cui l'attività di videosorveglianza sia finalizzata alla tutela della sicurezza urbana, alla luce delle recenti disposizioni normative, il termine massimo di durata della conservazione dei dati è limitato "ai sette giorni successivi alla rilevazione delle informazioni e delle immagini raccolte mediante l'uso di sistemi di videosorveglianza, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione". La cancellazione delle immagini deve avvenire automaticamente all’atto della scadenza del termine.

Applicazioni specifiche
“La installazione di sistemi di videosorveglianza presso istituti scolastici deve garantire "il diritto dello studente alla riservatezza" (art. 2, comma 2, d.P.R. n. 249/1998), prevedendo opportune cautele al fine di assicurare l'armonico sviluppo delle personalità dei minori in relazione alla loro vita, al loro processo di maturazione ed al loro diritto all'educazione”. Per cui essa deve essere volta essenzialmente alla prevenzione rispetto ai fenomeni di vandalismo, sciacallaggio etc. Si deve “ritenere lecita l'installazione di sistemi di videosorveglianza sia su mezzi di trasporto pubblici, sia presso le fermate dei predetti  mezzi”. Si devono rispettare i “principi di necessità, proporzionalità e finalità; pertanto, occorre evitare riprese particolareggiate nei casi in cui le stesse non sono indispensabili in relazione alle finalità perseguite”. E’ da considerare lecito l’utilizzo della videosorveglianza “con riferimento alle attività di controllo volte ad accertare l'utilizzo abusivo di aree impiegate come discariche di materiali e di sostanze pericolose solo se non risulta possibile, o si riveli non efficace, il ricorso a strumenti e sistemi di controllo alternativi”. L’uso degli autovelox e dei sistemi di controllo degli accessi a zone a traffico limitato sono leciti “se sono raccolti solo dati pertinenti e non eccedenti per il perseguimento delle finalità istituzionali del titolare, delimitando a tal fine la dislocazione e l'angolo visuale delle riprese in modo da non raccogliere immagini non pertinenti o inutilmente dettagliate”. Si ricorda in particolare la necessità di fornire una informativa sulla esistenza di questi sistemi. La mancata applicazione dei principi dettati dal Garante determina le seguenti conseguenze: non utilizzabilità dei dati; blocco del trattamento; applicazione di sanzioni amministrative e penali.

a cura di Arturo Bianco - E.Gov. News

Legittime le videoriprese in aula: basta l’autorizzazione del P.M.

18/03/2013

L’aula scolastica non può essere considerata domicilio, pertanto sono legittime le videoriprese al suo interno se autorizzate da P.M. Così ha stabilito la sentenza n. 1092 pronunciata dalla Corte Suprema di Cassazione lo scorso 15 Giugno, rigettando il ricorso di un’insegnante precedentemente condannata per “maltrattamenti pluriaggravati commessi ai danni di alcuni bambini dai sette ai dieci anni di età, con abuso dell’autorità derivante dal ruolo di maestra”. 

A fronte della denuncia presentata da alcuni genitori, il P.M., durante il mese di Marzo, aveva disposto l’installazione di videocamere all’interno dell’aula dove la maestra teneva le proprie lezioni per monitorarne la condotta. In seguito al verificarsi di “numerosi atti di violenza posti in essere dall’indagata ai danni dei bambini (schiaffi al volto e alla nuca, strattoni, poderose tirate d’orecchi e di capelli ”, la donna era stata giudicata colpevole e condannata dal Tribunale di Brescia agli arresti domiciliari, commutati, in un secondo momento, in obbligo di dimora. 
Tuttavia l’insegnante in questione aveva presentato ricorso alla Corte Suprema, deducendo la “nullità dell’ordinanza impugnata per violazione degli artt 191, 266, 267, 268 cpp […] giacché l’attività di ripresa difettava di idoneo provvedimento autorizzativo di natura giurisdizionale”. Il ricorso dell’insegnante infatti poneva l’accento sulla facoltà del P.M. di disporre videoriprese soltanto in luoghi pubblici o aperti al pubblico, definizione non valida per un’aula scolastica - da qualificare, al contrario, come un luogo in cui la maestra esercita “uno ius excludendi, sia pur limitatamente al periodo di tempo in cui si svolgono le proprie lezioni, nei confronti di qualunque estraneo, e gode quindi di una propria riservatezza ed autonomia”.

Mancando, nel caso in questione, l’autorizzazione del Gip, le registrazioni effettuate sarebbero dovute essere considerate inutilizzabili e di conseguenza, secondo la ricorrente, sarebbe dovuta essere annullata l’ordinanza impugnata. Posto al vaglio degli Ermellini, il ricorso è stato tuttavia giudicato infondato, dal momento che “la tutela costituzionale del domicilio va limitata ai luoghi con i quali la persona abbia un rapporto stabile”. 
Nel caso in questione “deve escludersi che un’aula scolastica possa essere considerata un domicilio, ai fini che interessano nella presente sede. Trattandosi infatti di un luogo dove può entrare un numero indeterminato di persone (alunni, professori, preposti alla sorveglianza e alla direzione dell’istituto, familiari degli alunni), essa va qualificata come luogo aperto al pubblico”. 
Il verdetto finale dunque, pur non mettendo in discussione il fatto che all’insegnante compete uno ius excludendi in merito allo svolgimento dell’attività didattica, finalizzato alla migliore esplicazione possibile della sua funzione, ha stabilito che le dichiarazioni di alcuni genitori in merito a possibili maltrattamenti posti in essere dall’insegnante non hanno reso assolutamente necessaria l’autorizzazione del gip per un’attività di videoregistrazione, volta a verificare la presenza di episodi di violenza ai danni di minori.

 

a cura di Valentina Pesi - Sec Solution

Rapine in banca: evoluzione degli attacchi e delle strategie di risposta

18/03/2013

La security bancaria, nello scorcio temporale degli ultimi trent’anni, ha registrato una significativa evoluzione che parte dalle tecnologie di attacco della criminalità comune, caratterizzata da pesanti incursioni ai caveaux ed alla varia tipologia di mezzi forti, con l’impiego di attrezzature termiche e meccaniche (lance termiche, cannelli ossiacetilenici, perforatori a percussione, carotatori, mole a disco e, in certi casi, utilizzando anche l’esplosivo con tecniche militari). I furti avevano alta probabilità di riuscita perché sussistevano vistose carenze dei mezzi di chiusura con serrature dotate di chiavi a doppia mappa meccanica, riproducibili con le dovute competenze. Non prendiamo in considerazione le numerose infedeltà interne, tutelate dal riserbo, peculiare delle banche, che hanno sempre nutrito il coacervo degli eventi predatori sopportati dagli Istituti di Credito. A quei tempi non era ancora intervenuta un’ efficace integrazione meccanica – elettronica, che avrebbe invece portato un upgrade determinante alla security e i cui effetti sono, oggi, sensibilmente avvertiti.
 
La TVCC era agli albori del sistema di trasmissione delle immagini televisive, impiegando una tecnica di trasmissione unidirezionale di immagini da remoto attraverso la comune linea telefonica RTG (rete telefonica generale commutata). Si trattava di un sistema televisivo a circuito chiuso, in cui la trasmissione delle immagini provenienti da varie telecamere avveniva tramite la successiva digitalizzazione e codifica di singoli fotogrammi, che permetteva poi la riproduzione delle stesse su di un monitor. Le prestazioni molto ridotte (pochi fotogrammi per ogni minuto di trasmissione) non erano assolutamente sfruttabili ai fini della security.

Dalla banca blindata alla banca aperta
 
La struttura fisica aveva assunto le connotazioni di un fortino. Enormi lastre di vetro blindato sovrastavano i banconi divisori impiegati-pubblico e la voce metallica di un interfono consentiva il dialogo impiegato-cliente. Le banche hanno ritenuto che questa impostazione, appariscente e psicologicamente oppressiva, nuocesse ai rapporti Istituto -Fruitori di servizi ed hanno quindi deciso di cambiare radicalmente impostazione, orientandosi al modello di “banca aperta”, ovvero a modelli similari che, sempre nel rispetto degli adempimenti dei Protocolli Anticrimine sottoscritti con le Prefetture, tendono ad incrementare le misure di sicurezza preventive interne alla filiale, adottando rigorose metodologie di gestione dei valori, anziché insistendo a “blindare” l’intero sito.
 
Di conseguenza, emerge in posizione privilegiata l’orientamento ad incoraggiare e favorire l’accesso della clientela alle filiali, riducendone le barriere all’ingresso. A compensazione, la politica della sicurezza viene rafforzata sotto l’aspetto formativo, procedurale e fisico, modificando il layout degli interni, sostituendo le lastre di vetro blindato con le porte magnetiche all’ingresso, implementando le risorse cash in/out o roller cash (casseforti automatizzate ad erogazione controllata e ritardata del denaro) e predisponendo locali protetti nei quali effettuare in sicurezza le operazioni a maggior rischio (contazione valori delle casse continue, caricamenti ATM, ecc.).

La lotta al circolante
 
Inoltre, le Banche pongono attenzione sempre più intensa alla riduzione del circolante negli sportelli bancari delle filiali, in linea con le disposizioni impartite dalla Banca d’Italia, in quanto causa primaria d’incremento del livello del rischio rapina. Una recente ricerca effettuata da MasterCard ha evidenziato le differenti attitudini nell’utilizzo degli strumenti di pagamento tra le popolazioni degli stati europei. Lo studio rileva che in media, in Europa, il 60% dei pagamenti avviene tramite contanti oppure assegno, con queste differenze tra i vari stati. Per alcuni stati - come Francia ed Inghilterra, Germania, Svezia e Finlandia - la percentuale è inferiore alla media.
 
Secondo il Chronicle Herald, in Svezia, i trasporti pubblici funzionano solo con carta di credito, mentre un gruppo di uffici bancari ha smesso contemporaneamente di usare denaro e un piccolo, ma crescente, numero di negozianti non accetta più contante; per Belgio, Olanda e Norvegia la percentuale scende ulteriormente fino al 40%. Per l’Italia (agli ultimi posti della classifica) vale l’opposto: la percentuale sale ad un valore dell’80%, che emerge addirittura da un trend di contrazione nell’utilizzo di assegni e contanti del 15% avvenuto negli ultimi 6/7 anni. Il prof. Francesco Lippi, economista dell’Università di Sassari, osserva che in Italia esiste una platea vasta di persone anziane o scarsamente alfabetizzate che non sarebbe in grado di utilizzare una carta di credito.
 
Senza contare che la maggior parte di esse non possiede nemmeno un conto corrente. Proprio negli Stati Uniti, il Paese in cui si utilizzano carte di credito con maggiore intensità, ben il 12% della popolazione non ha contatti di nessun genere con una banca. In ogni caso il problema va risolto, soprattutto in Italia, per eminenti e strategici motivi. Ma non è solo l’elevata circolazione del contante che favorisce la rapina. I travestimenti in agenti delle Forze dell’Ordine, l’uso di pistole giocattolo, di taglierini, siringhe etc hanno fatto decollare le rapine “soft”, perché il tempo dell’evento criminoso deve concludersi entro i sette minuti canonici antecedenti l’intervento repressivo. Tali minuti devono quindi essere aumentati.

Tecnica del ritardo
 
Unica soluzione: adozione della “tecnica del ritardo”, ossia: diminuire il lasso di tempo di possibilità di uso degli erogatori di denaro, prima meccanici ed ora elettronici, ed aumentare la velocità d’introduzione del denaro riscosso nella cassa continua contro il naturale ritardo della sua disponibilità (uso di time delay), ulteriormente rafforzato con l’introduzione della casse multiuso, con scomparti diversamente temporizzati e casse passavalori per consentire la traslazione di valori tra interno ed esterno. Tale tecnica è estesa, naturalmente, a tutti i mezzi forti della banca. Il concetto del “ritardo” ha trovato perfezionamento con i moderni sistemi del “Cash in - cash out” che rapporta, secondo parametri, i tempi di erogazione e la quantità di denaro. L’efficacia di tutte le misure adottate all’interno della Banca ha, quindi, indirizzato l’interesse della criminalità sui mezzi forti ubicati lungo il perimetro esterno (casse continue e bancomat). Soprattutto su questi ultimi si sono moltiplicati i tentativi di attacchi con l’impiego di gas di vario tipo e di esplosivi allo stato solido con fenomenologie distruttive imponenti che, con il tempo, si stanno però ridimensionando significativamente, grazie: 
 •all’utilizzo di dispositivi di rivelazione di gas, inibizione/riduzione dell’esplosione tramite immediato sprigionamento di gas estinguenti, soprattutto CO2 che agisce per soffocamento (in quanto sottrae ossigeno alla combustione e in parte minore per raffreddamento);
 •macchiatura indelebile delle banconote;
 •rivelatori antiasportazione dell’intero bancomat mediante ruspe e movimento terra;
 •rivelatori antieffrazione, temperatura, apertura, forte vibrazione, shock.
 
La battaglia tra il bazooka e la corazza continua, segnando, per ora, indiscutibile vantaggio della seconda sul primo. Ma la vera guerra è ormai il Cybercrime in tutte le sue numerose sfaccettature, ben più difficile da combattere e con enormi ricadute non equiparabili ai casi, sia pur numerosi, di furti e rapine bancarie.

 

a cura di Gianfranco Bonfante , Direttore Generale Centro Studi per la Sicurezza ItaSForum, www.itasforum.it - Sec Solution

Quando l’infrastruttura è critica

18/03/2013

In passato un attacco terroristico prevedeva, “semplicemente”, di posizionare una bomba in un luogo particolarmente affollato, preferibilmente su un aereo, o di elevato valore simbolico e provocare il maggior numero di morti possibili. A fronte di un simile evento, gli Stati si difendevano dispiegando uomini armati a difesa degli obiettivi sensibili o attivando azioni di intelligence, per intercettare i terroristi ancor prima che tentassero la propria azione. Benché non banale, tutto questo era relativamente semplice e, anche nella malaugurata ipotesi che un’iniziativa terroristica avesse successo, gli effetti erano circoscritti a una specifica area. Con la globalizzazione, ma anche con la sempre maggiore dipendenza della nostra società dalla tecnologia, le strategie terroristiche sono in evoluzione. A confermare l’allarme è il Ministero della Difesa, il cui Centro Militare di Studi Strategici ha diffuso lo studio “La strategia globale di protezione delle infrastrutture e risorse critiche contro gli attacchi terroristici”.

 

L’attenzione, in particolare, si sta concentrando sulle infrastrutture critiche (Ic), ovvero quelle che il Decreto Legislativo 61/2011 identifica come essenziali “per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione ed il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un impatto significativo”. Il Decreto definisce inoltre Infrastruttura critica europea (Ice) un’infrastruttura “il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un significativo impatto su almeno due Stati membri”. Alla luce di questa definizione, la Difesa sottolinea come “l’estensione e la quantità di asset che compongono tali infrastrutture rende praticamente impossibile una loro protezione globale, ciò anche in relazione al fatto che la tipologia delle minacce si va, a causa dei fenomeni di interdipendenza, amplificando e generalizzando. In questo contesto terroristi, o più in generale i criminali, potrebbero effettuare attacchi contro tali infrastrutture, identificate come target attrattivi, sia per gli effetti materiali e psicologici legati al venir meno dei servizi essenziali che esse erogano alla popolazione, sia per la relativa facilità di individuazione ed accesso alle stesse”.

Le “paure” internazionali
Le preoccupazioni sottolineate dal nostro Ministero della Difesa sono confermate anche a livello internazionale, al punto che il report “Previsioni sulle minacce nel 2012”, pubblicato da McAfee, non lascia dubbi sul fatto che, tra le principali minacce dei prossimi mesi, sarà indispensabile confrontarsi anche con gli attacchi industriali di alto profilo e le dimostrazioni di guerra cybernetica, spesso condotti per motivazioni politiche o di notorietà. Lo studio parte dalla considerazione che, sulla scorta dell’importanza fondamentale di servizi di pubblica utilità come acqua, elettricità, petrolio e gas, proprio le reti di distribuzione saranno prese particolarmente di mira, sfruttando il fatto che “molti sistemi industriali non sono preparati per affrontare attacchi cybernetici. Molti degli ambienti in cui i sistemi Scada vengono implementati non dispongono di pratiche di sicurezza rigorose”.
Proprio il coinvolgimento di un’azienda specializzata nell’ambito Ict dimostra come gli attentatori non si “limitino” più a piazzare bombe o sparare all’impazzata, ma stiano sviluppando tecniche di attacco sempre più sofisticate. Eclatante quanto accaduto con Stuxnet, il virus sviluppato per bloccare l’industria nucleare iraniana. Un esempio del fatto che il codice dannoso può dar luogo a una risposta cybernetica nel mondo reale. Sicuramente meno eclatante, ma significativo, quanto accaduto in Olanda. In un Paese in cui il corretto funzionamento dei sistemi di pompaggio dell’acqua è vitale, un’emittente televisiva ha mostrato a tutto il mondo come, con disarmante facilità, sia stato possibile assumere il controllo degli impianti della contea di Veere. La violazione, seppur a scopo dimostrativo, ha permesso all’autore di porsi nelle condizioni per controllare da remoto l’attivazione o la disattivazione del sistema di gestione delle acque.

Prevenire e reagire
Anche se da poco tempo l’opinione pubblica sta prendendo coscienza di questa situazione, a livello europeo il pericolo è stato compreso già da anni. Al punto che già nel 2008, con il varo della Direttiva 2008/114/Ce, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 61/2011, è stato posto l’accento sulla necessità di stilare adeguati piani di protezione e reazione per simili realtà. La nuova norma, in particolare, prevede che ogni azienda proprietaria di infrastrutture ritenute “critiche” debba avere un responsabile della sicurezza unico, incaricato di rappresentare il punto di contatto per tutte le problematiche di sicurezza, con le autorità locali e nazionali. Tali aziende sono inoltre chiamate a redigere un “Piano della Sicurezza dell’Operatore” (Pso), validato e approvato dalle autorità competenti, con una dettagliata analisi di minacce e vulnerabilità, corredato dalle contromisure da adottare in funzione delle specifiche situazioni di rischio.
Trattandosi di una situazione di “emergenza”, con la necessità di ingenti investimenti in termini economici e di competenze, è stato stabilito di assegnare la priorità ai settori dell’energia e dei trasporti, con l’obiettivo dichiarato di migliorarne la protezione e la sicurezza, anche a fronte di guasti accidentali ed eventi naturali. In particolare, nell’allegato A, vengono citate esplicitamente le “infrastrutture e impianti per la produzione e la trasmissione di energia elettrica e per la fornitura di elettricità”. Ma vengono ovviamente considerati anche gli impianti necessari per la produzione, lo stoccaggio e la distribuzione di gas e prodotti petroliferi. Per quanto riguarda i trasporti, invece, il documento individua l’ambito stradale, ferroviario, aereo e marittimo. Da qui la necessità, fissata dal Decreto, di stabilire le procedure per “l’individuazione e la designazione di Infrastrutture critiche europee (Ice)”, nonché le modalità di “valutazione della sicurezza di tali infrastrutture e le relative prescrizioni minime di protezione dalle minacce di origine umana, accidentale e volontaria, tecnologica e dalle catastrofi naturali”.
É inoltre interessante sottolineare come la classificazione di “criticità” dipenda, ovviamente, dalle possibili conseguenze che un’interruzione o un guasto potrebbero avere sulla popolazione civile. Per tale ragione il Decreto ha fissato una serie di criteri di valutazione:
. le possibili vittime, in termini di numero di morti e di feriti
. le possibili conseguenze economiche, in termini di perdite finanziarie, di deterioramento del bene o servizio e di effetti ambientali;
. le possibili conseguenze per la popolazione, in termini di fiducia nelle istituzioni, di sofferenze fisiche e di perturbazione della vita quotidiana, considerando anche la perdita di servizi.
Al di là dei ritardi con cui si sta attuando questo piano in Italia, il Ministero della Difesa ha posto l’attenzione sui costi della non sicurezza: “Il non-investire in sicurezza (nell’accezione di garantire la continuità operativa delle diverse infrastrutture critiche) comporterà una crescente emarginazione dello specifico Stato nello scenario mondiale. Infatti, aumentando il divario fra Paesi “affidabili” e Paesi in cui i rischi sistemici sono maggiori, il flusso degli investimenti internazionali andrà a ridursi in questi ultimi a beneficio dei primi, accentuando in tal modo l’effetto di “divide”. Inoltre quei Paesi/soggetti considerati non affidabili avranno maggiore difficoltà (e quindi un costo maggiore) ad accedere alle grandi infrastrutture internazionali”.

 

a cura della Redazione di Sec Solution

Italiani pazzi per smartphone e tablet: la security governi questa “rivoluzione mobile”

18/03/2013

Il mercato degli smartphone è in fermento ormai da tempo. Il loro utilizzo nel mondo è divenuto prorompente e i dati parlano chiaro: i tradizionali cellulari sono stati ormai soppiantati dagli smartphone. Basti pensare che in tutto il 2011 sono stati venduti 488,5 milioni di smartphone, in crescita del 54%. Fra il 20% e il 25% di utenti nel mondo già possiede uno smartphone, e la penetrazione salirà dal 50% al 55% negli USA. La domanda degli smartphone è cresciuta del 42,7% rispetto al 2011 con un’ incidenza del 36,7% nel mercato globale. Un’opportunità ghiotta per si occupa di sicurezza.

L’Italia guida il processo: nel nostro Paese i 20 milioni di utenti che utilizzano gli smartphone oggi sono il 52% in più dello scorso anno (dati Nielsen del primo trimestre 2011). Entro la fine di quest’anno gli utenti di smartphone in Italia supereranno gli utenti dei dispositivi dei telefoni cellulari di base, che non dispongono di accesso a Internet e alla posta elettronica. Samsung ed Apple continuano ad essere i leader indiscussi del mercato mobile, detenendo il 50% delle vendite nell’ultimo trimestre, mentre Nokia registra un calo del 14,8% negli ultimi mesi. E per il futuro? Gli analisti prevedono che gli smartphone connessi al Web saranno tre miliardi entro il 2017. Ericsson dà i numeri della “rivoluzione mobile”: l’85% del mondo navigherà in 3G entro cinque anni.

E il processo è in piena fase di democratizzazione: Strategy Analytics riporta che infatti “il primo step strategico era vendere smartphone costosi ad acquirenti di profilo alto, mentre la seconda ondata consiste nel portare smartphone economici ad utenti meno ricchi.” Questo dato è indicativo e vuol significare che l’offerta è rivolta a tutte le fette di mercato e che gli investitori puntano anche all’utente medio, che fino ad ora non si era accostato a soluzioni tecnologiche più avanzate. La platea, quindi, allarga gli orizzonti anche a chi fino ad oggi utilizza (o utilizzava) il cellulare solo per le comunicazioni telefoniche tradizionali. Del resto la facilità e l’immediatezza degli smartphone ne permettono l’utilizzo anche senza lo studio del libretto di istruzioni. Nell’ambito lavorativo, poi, sono sempre più numerosi gli utenti che si servono dei tablet e degli smartphone per restare sempre collegati all’azienda. Da tali dispositivi si inviano email, si caricano listini, si condividono liste, si memorizzano, archiviano ed elaborano dati appoggiandosi sempre con maggiore slancio al cloud computing.

Sicurezza e mobile
In questo contesto, e con prospetti statistici tanto incoraggianti, la sicurezza può cogliere l’onda favorevole ed allinearsi ai concetti mondiali di interattività. Non parliamo solo di videosorveglianza su dispositivi mobile, ma anche del segmento più antico e tradizionale della security: l’antintrusione. In questa direzione la parola d’ordine è: interagire con la centrale antifurto rendendola partecipe di un vero cambiamento di comunicazione. Se infatti fino ad oggi le modalità di connessione per raggiungere, o farsi raggiungere, dalla centrale di allarme avvenivano tramite sms o chiamate vocali, l’ascesa di smartphone e tablet apre nuove e più immediate vie di comunicazione.
Interagire con l’impianto antintrusione è possibile tramite web browser, o meglio con APP dedicate che rendono fruibile, e soprattutto immediata, la sinergia tra utilizzatore e sistema. Cosa si offre in questo modo all’utente? Gli si si permette di attivare e disattivare il sistema tramite un semplice tocco; di controllare il sistema sia da locale (comodamente sul divano) che da remoto (sotto l’ombrellone al mare); di visualizzare lo stato impianto e di analizzare o consultare la memoria eventi; di attivare scenari domotici (come chiudere le tapparelle, settare la temperatura ideale, attivare l’irrigazione del giardino); di vedere in streaming filmati video delle telecamere; di abilitare utenti e molto altro ancora. Tutte queste azioni, ad oggi, sono relegate ad una piccola nicchia di mercato e la stragrande maggioranza degli utenti non immagina nemmeno che possano essere possibili a costi davvero accettabili.

Un’opportunità da non perdere
Lo smartphone è sempre in tasca o in borsa, l’abitudine e la facilità di utilizzo portano il settore sicurezza ad investire su software sempre più performanti. Anche i tablet hanno raggiunto una larga diffusione: hanno infatti già superato le vendite mondiali di personal computer. Lo schermo dei tablet, più grande di quello degli smartphone, agevola peraltro i softweristi delle aziende produttrici di antintrusione a sviluppare piattaforme che carichino le mappe grafiche degli edifici e che aprano link di porzioni di tali edifici, permettendo anche la visione del TVCC. In sintesi: la parola d’ordine è: assecondare una rivoluzione culturale che ormai può dirsi inarrestabile. I numeri indicano chiaramente la strada da percorrere, offrendo l’opportunità al nostro comparto di non limitarsi a seguire un trend, ma di governarlo e di trarne immediati vantaggi.

a cura di Antonella Renaldi, Sales Manager Satel Italia - Sec Solution

Il mercato degli smartphone è in fermento ormai da tempo. Il loro utilizzo nel mondo è divenuto prorompente e i dati parlano chiaro: i tradizionali cellulari sono stati ormai soppiantati dagli smartphone. Basti pensare che in tutto il 2011 sono stati venduti 488,5 milioni di smartphone, in crescita del 54%. Fra il 20% e il 25% di utenti nel mondo già possiede uno smartphone, e la penetrazione salirà dal 50% al 55% negli USA. La domanda degli smartphone è cresciuta del 42,7% rispetto al 2011 con un’ incidenza del 36,7% nel mercato globale. Un’opportunità ghiotta per si occupa di sicurezza.

L’Italia guida il processo: nel nostro Paese i 20 milioni di utenti che utilizzano gli smartphone oggi sono il 52% in più dello scorso anno (dati Nielsen del primo trimestre 2011). Entro la fine di quest’anno gli utenti di smartphone in Italia supereranno gli utenti dei dispositivi dei telefoni cellulari di base, che non dispongono di accesso a Internet e alla posta elettronica. Samsung ed Apple continuano ad essere i leader indiscussi del mercato mobile, detenendo il 50% delle vendite nell’ultimo trimestre, mentre Nokia registra un calo del 14,8% negli ultimi mesi. E per il futuro? Gli analisti prevedono che gli smartphone connessi al Web saranno tre miliardi entro il 2017. Ericsson dà i numeri della “rivoluzione mobile”: l’85% del mondo navigherà in 3G entro cinque anni.

E il processo è in piena fase di democratizzazione: Strategy Analytics riporta che infatti “il primo step strategico era vendere smartphone costosi ad acquirenti di profilo alto, mentre la seconda ondata consiste nel portare smartphone economici ad utenti meno ricchi.” Questo dato è indicativo e vuol significare che l’offerta è rivolta a tutte le fette di mercato e che gli investitori puntano anche all’utente medio, che fino ad ora non si era accostato a soluzioni tecnologiche più avanzate. La platea, quindi, allarga gli orizzonti anche a chi fino ad oggi utilizza (o utilizzava) il cellulare solo per le comunicazioni telefoniche tradizionali. Del resto la facilità e l’immediatezza degli smartphone ne permettono l’utilizzo anche senza lo studio del libretto di istruzioni. Nell’ambito lavorativo, poi, sono sempre più numerosi gli utenti che si servono dei tablet e degli smartphone per restare sempre collegati all’azienda. Da tali dispositivi si inviano email, si caricano listini, si condividono liste, si memorizzano, archiviano ed elaborano dati appoggiandosi sempre con maggiore slancio al cloud computing.

Sicurezza e mobile
In questo contesto, e con prospetti statistici tanto incoraggianti, la sicurezza può cogliere l’onda favorevole ed allinearsi ai concetti mondiali di interattività. Non parliamo solo di videosorveglianza su dispositivi mobile, ma anche del segmento più antico e tradizionale della security: l’antintrusione. In questa direzione la parola d’ordine è: interagire con la centrale antifurto rendendola partecipe di un vero cambiamento di comunicazione. Se infatti fino ad oggi le modalità di connessione per raggiungere, o farsi raggiungere, dalla centrale di allarme avvenivano tramite sms o chiamate vocali, l’ascesa di smartphone e tablet apre nuove e più immediate vie di comunicazione.
Interagire con l’impianto antintrusione è possibile tramite web browser, o meglio con APP dedicate che rendono fruibile, e soprattutto immediata, la sinergia tra utilizzatore e sistema. Cosa si offre in questo modo all’utente? Gli si si permette di attivare e disattivare il sistema tramite un semplice tocco; di controllare il sistema sia da locale (comodamente sul divano) che da remoto (sotto l’ombrellone al mare); di visualizzare lo stato impianto e di analizzare o consultare la memoria eventi; di attivare scenari domotici (come chiudere le tapparelle, settare la temperatura ideale, attivare l’irrigazione del giardino); di vedere in streaming filmati video delle telecamere; di abilitare utenti e molto altro ancora. Tutte queste azioni, ad oggi, sono relegate ad una piccola nicchia di mercato e la stragrande maggioranza degli utenti non immagina nemmeno che possano essere possibili a costi davvero accettabili.

Un’opportunità da non perdere
Lo smartphone è sempre in tasca o in borsa, l’abitudine e la facilità di utilizzo portano il settore sicurezza ad investire su software sempre più performanti. Anche i tablet hanno raggiunto una larga diffusione: hanno infatti già superato le vendite mondiali di personal computer. Lo schermo dei tablet, più grande di quello degli smartphone, agevola peraltro i softweristi delle aziende produttrici di antintrusione a sviluppare piattaforme che carichino le mappe grafiche degli edifici e che aprano link di porzioni di tali edifici, permettendo anche la visione del TVCC. In sintesi: la parola d’ordine è: assecondare una rivoluzione culturale che ormai può dirsi inarrestabile. I numeri indicano chiaramente la strada da percorrere, offrendo l’opportunità al nostro comparto di non limitarsi a seguire un trend, ma di governarlo e di trarne immediati vantaggi.

a cura di Antonella Renaldi, Sales Manager Satel Italia - Sec Solution

Cassazione: sì alle telecamere negli spazi comuni

18/03/2013

Novità: per la Cassazione non viola la privacy il proprietario di un immobile che installa un impianto di videosorveglianza all’ingresso del fabbricato perché l’area, pur insistendo in una privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei senza particolari accorgimenti. La sentenza, che poggia su una lacuna della legge, autorizza insomma il proprietario unico di un immobile, ancorché concesso in locazione o in comodato, a video controllare le parti comuni per fini esclusivamente personali e senza l’obbligo di accordo con i terzi che ne usufruiscono. Ebbene, se da una parte questa sentenza gioca a favore dell’installazione delle telecamere, dall’altra il rischio è che rimanga una pronuncia isolata. È bene pertanto, sia per il cliente finale che per l’installatore a cui sia richiesto di progettare l’impianto e determinare i punti di allocazione, verificare preventivamente tutti gli aspetti in merito alla questione giuridica, perché la violazione - se segnalata all’Autorità Garante – potrebbe generare sanzioni e denunce.

E’ di nuovo allarme privacy
Questa volta a far discutere è la sentenza n. 14346, recentemente pronunciata dalla Corte di Cassazione, nella quale, a fronte di un vuoto normativo in materia, viene stabilito che non può essere considerata violazione della privacy la decisione del proprietario di un immobile – che non risulti condominio – di installare un impianto di videosorveglianza in corrispondenza dell’ingresso del fabbricato. A scatenare il dibattito è stato il ricorso presentato dal proprietario di un palazzo di Messina, a cui il verdetto del Tribunale aveva ingiunto di rimuovere l’impianto collocato sia sul cancello che sul portone di ingresso dell’edificio, in seguito ad alcune intimidazioni e minacce ricevute un paio di anni prima. Era stata la stessa ex nuora dell’uomo, assegnataria di un immobile all’interno dello stabile di proprietà del suocero, a denunciare la violazione della propria privacy, chiedendo la rimozione delle telecamere stesse. Nonostante i verdetti fossero stati a lui sfavorevoli, l’uomo non si è arreso ed ha presentato ricorso innanzi alla Suprema Corte, la quale non solo ha espresso la parola decisiva sulla questione, ma ha letteralmente ribaltato il primo verdetto.
Secondo i giudici, infatti, “se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti (nella specie si tratta dello spazio, esterno del fabbricato, intercorrente fra il cancello e il portone d’ingresso), il titolare del domicilio non può accampare una pretesa alla riservatezza”. La sentenza degli ermellini chiarisce, inoltre, che quanto detto vale anche se l’edificio in questione non è un condominio dotato di “aree comuni”, che non possono per ovvie ragioni essere considerate “luoghi di privata dimora o domicilio”. Le lacune di legge, dunque, escluderebbero “il proprietario unico di un immobile, ancorché concesso in locazione o in comodato”, dall’obbligo di rispetto delle norme relative alla riservatezza, autorizzandolo così a videocontrollare le cosiddette parti comuni “per fini esclusivamente personali”, senza l’obbligo di accordo con i terzi che ne usufruiscono.

Quando i vuoti normativi minacciano la privacy
L’assenza di una “puntuale regolamentazione” in materia di privacy relativa a casi del genere è un problema comune anche ai condomini: tale mancanza era già stata segnalata nel 2008 dal Garante sia al Parlamento che al Governo. In particolare in quell’occasione era stato posto l’accento “sulle condizioni di liceità per il trattamento di dati personali all’interno dei condomini: non sono stati identificati né i soggetti la cui manifestazione di volontà è necessaria nel contesto condominiale per svolgere tali trattamenti (i proprietari e i titolari di diritti reali parziari o anche soggetti diversi, primi fra tutti i conduttori), né le eventuali maggioranze da rispettare”. Il ragionamento della Corte ovviamente incontra delle lacune. Difatti, se è pur vero che taluni luoghi non possono essere considerati di privata dimora, è altrettanto vero che un conto è essere oggetto di visione da persone in prossimità dei luoghi, un conto è costituire oggetto di ripresa di una telecamera, con eventuale registrazione che consenta in modo continuativo di essere soggetto a controllo.
Se da una parte la sentenza gioca a favore dell’installazione delle telecamere, dall’altra occorre non trascurare che, trattandosi solo di una sentenza, il rischio è che rimanga isolata. È bene pertanto, sia per il fruitore finale che per l’installatore a cui sia richiesto di progettare l’impianto e determinare i punti di allocazione, verificare preventivamente tutti gli aspetti in merito alla questione giuridica, perché la violazione - se segnalata all’Autorità Garante - può generare sia sanzioni che denunce alle Autorità Competenti. Come già accennato, la carenza normativa sull’argomento, se da una parte lascia ampi margini di ragionamento sulle specifiche ipotesi di allocazione, dall’altra può generare il rischio di ritrovarsi con sentenze che dispongano esattamente il contrario!

di Valentina Frediani, Avvocato esperto in diritto informatico e privacy - Sec Solution

Installare videosorveglianza: quali responsabilità?

18/03/2013

Questo contributo intende fare chiarezza in un campo, ad oggi, caratterizzato da una mole sterminata e spesso disorganica di norme e disposizioni normative, qual è quello della responsabilità civile degli installatori di impianti di videosorveglianza. I soggetti destinatari della disciplina suddetta sono coloro i quali operano di fatto nell'ambito dell'installazione di impianti di sicurezza, quindi - a titolo meramente esemplificativo - progettisti, installatori e/o manutentori (tanto nella loro qualità di imprenditori, quanto in quella di tecnici/professionisti). Fatte le dovute premesse, si tratterà sostanzialmente di bipartire la discussione in oggetto tra una normativa prettamente di dettaglio (speciale) ed una normativa di carattere ordinario.

In merito alla normativa di carattere speciale, appare d'obbligo menzionare il D.M. n. 37/2008, il quale impone standard minimi di sicurezza in materia di installazione di impianti all'interno degli edifici (tra cui rientrano appieno gli impianti di videosorveglianza, oltreché quelli elettronici e/o antincendio). Innanzitutto si richiede l'abilitazione dell'impresa installatrice (artt. 3 e 4), la quale, al fine di svolgere idoneamente i compiti commissionatile, necessita di uno specifico certificato di riconoscimento che attesti la sussistenza dei requisiti tecnico-professionali. Tutti gli impianti, inoltre, necessitano di un'idonea fase di progettazione, da espletarsi preventivamente alla fase meramente realizzativa, con l'ulteriore precisazione che, in caso di particolari complessità dovute alla conformazione stessa dell'impianto, occorre l'iscrizione all'albo professionale da parte del professionista. I progetti devono essere redatti secondo le regole dell'arte, espressione quest'ultima volutamente generica ma traducibile, tra l'altro, nella predisposizione di idonei schemi dell'impianto, di disegni planimetrici e relazioni tecniche sulla consistenza e sulla tipologia dell'installazione. 
Infine, v'è l'onere per l'impresa installatrice di rilasciare, al termine dei lavori, l'ormai nota dichiarazione di conformità degli impianti: un documento che includa, oltre al progetto stesso, la relazione sulla tipologia dei materiali impiegati, la dichiarazione d'idoneità degli stessi in relazione allo specifico contesto ambientale, nonché l'indicazione sulle caratteristiche di dettaglio degli apparecchi (numero, potenza, tipo ecc.). Sul punto, per tentare un parallelismo con la disciplina privacy, è bene ricordare anche quanto prescritto al punto n. 25 dell'allegato B al Codice Privacy, secondo cui il titolare che adotta misure minime di sicurezza avvalendosi di soggetti esterni alla propria struttura, per provvedere all'esecuzione, riceve dall'installatore una descrizione scritta dell'intervento effettuato che ne attesta la conformità alle disposizioni del presente disciplinare tecnico. Le sanzioni, per la violazione delle predette norme, destinate tanto alle imprese quanto ai tecnici/professionisti, vanno da un minimo di 100 euro ad un massimo di 10.000 euro (cfr. art. 15).

Testo unico sulla sicurezza
Altra normativa di carattere speciale (nonché influente in relazione all'oggetto in analisi) si rinviene nella L.81/2008 (cd. Testo unico sulla sicurezza), della quale s'intende citare due norme cardine (artt. 24 e 81). La prima delle suesposte disposizioni impone agli installatori, limitatamente alla parte di loro competenza, di attenersi alle norme di salute e sicurezza del lavoro; la seconda, invece, recante in rubrica "requisiti di sicurezza", si pone l'obiettivo di chiarire i connotati delle regole dell'arte specificando testualmente che «i materiali, i macchinari, le apparecchiature, le installazioni, e gli impianti elettrici ed elettronici si considerano costruiti a regola d'arte se sono realizzati secondo le pertinenti norme tecniche». Tra le norme tecniche, si annoverano le specifiche emanate dai seguenti organismi nazionali ed internazionali: UNI, CEI, ISO, CEN etc.

Responsabilità civili
Spostandoci, a tal punto, sulla normativa di carattere "ordinario", appare ovvia la scomposizione tra una responsabilità di natura civile (a sua volta divisibile in contrattuale ed extracontrattuale) ed una di natura penale. In ordine alla responsabilità cd. derivante da contratto (con riferimento a contratti di appalto in cui gli installatori/ manutentori e/o progettisti fanno capo ad una impresa), occorre sottolineare l'estrema rilevanza attribuibile a quanto specificatamente inserito nel rapporto contrattuale, posto che è da esso che derivano le varie e diverse forme di responsabilità in capo all'appaltatore. Per esemplificare, basti dire delle enormi differenze sussistenti in termini di responsabilità in funzione della discrezionalità tecnica lasciata dalla committente all'impresa. Ed infatti se il contratto lascia, ad esempio, discrezionalità tecnica all'impresa, quest'ultima potrà andare esente da responsabilità per vizi riconducibili all'attività di ingerenza del committente, soltanto in una duplice tipologia di situazioni, ovvero:
. nel caso in cui le irregolarità insite nelle direttive impartite non siano riconoscibili con la perizia e la diligenza da lui esigibili; 
. nel caso in cui il committente pretenda l'osservanza delle sue istruzioni pur dopo essere stato reso edotto del fatto che l'attuazione puntuale delle indicazioni ricevute potrebbe sfociare nella realizzazione di un risultato tecnicamente non soddisfacente. 
Ciò in virtù del principio secondo cui la responsabilità è solo dell'appaltatore per danni derivati dalla cattiva esecuzione del progetto. Per cui quest'ultimo, essendo chiamato al conseguimento di un risultato, risponde sempre del non corretto utilizzo dei poteri non vincolati che gli sono conferiti per la realizzazione di quel risultato. Egli è tenuto anche a controllare, nei limiti delle sue cognizioni tecniche, la bontà del progetto e delle istruzioni impartite dal committente e, se del caso, è tenuto a segnalarne gli errori (ulteriore punto da indicare!). 
Ne consegue che si suggerisce di prestare massima attenzione a codificare espressamente le intenzioni, le finalità, i problemi rilevati e tutto quanto necessario a rendere edotte le parti (ed in un secondo momento il giudice) dell'effettivo evolversi della vicenda negoziale.

Responsabilità penali
In relazione, infine, agli aspetti di rilevanza penale, si segnala il criterio secondo cui la responsabilità penale è sempre personale; per cui l'installatore/manutentore può sempre essere coinvolto in forme dirette di responsabilità nelle azioni o omissioni che compie). In ogni caso l'appaltatore è titolare di una posizione di garanzia (cfr. art. 40 c.p.). Ne consegue che lo stesso è tenuto a vigilare sul modo in cui i propri dipendenti assolvono il proprio ruolo (pena una responsabilità penale di natura omissiva); restando ferma, tuttavia, l'esclusiva responsabilità dei soggetti obbligati in proprio, allorché la mancata attuazione dei relativi obblighi "sia addebitabile unicamente agli stessi". Per concludere, infine, in ordine alle fattispecie penali maggiormente soggette a tale tipologia di attività, si citano gli artt. 483 c.p. ("Attestazione di falso in atto pubblico"; cfr. dichiarazione di conformità); 449 c.p. ("Chiunque cagiona per colpa un incendio è punito con la reclusione da uno a cinque anni") e 451 c.p. ("Chiunque, per colpa, omette di collocare, ovvero rimuove o rende inservibili apparecchi o altri mezzi destinati all'estinzione di un incendio, o al salvataggio o al soccorso contro disastri o infortuni sul lavoro, è punito con la reclusione fino a un anno"). Senza poi dimenticare le prescrizioni dello Statuto dei Lavoratori (nello specifico si veda l'art. 4) e del Codice Privacy (artt. 167 e 169 D.lgs 196/2003).

a cura di Domenico Converso - Sec Solution

Videosorveglianza wireless, fatturato globale oltre i 700 mln $ nel 2017

18/03/2013

WELLINGBOROUGH (UK) - Nel periodo compreso fra il 2011 e il 2017, il mercato mondiale delle infrastrutture wireless per la videosorveglianza riuscirà a più che raddoppiare le proprie dimensioni, crescendo a un tasso annuo medio composto (CAGR) del 17%. A formulare questa previsione è IMS Research, che in uno studio appena pubblicato sottolinea che la crescita sarà in larga misura legata alla domanda di soluzioni a basso costo espressa da economie emergenti quali India e Cina. IMS parla di un aumento del fatturato globale del 160%, dai 274 milioni di dollari del 2011 ai 705 milioni del 2017. Su base annua la crescita è stata dell’11% nel 2012, e dovrebbe accelerare al 15% nel 2013. “Offrendo soluzioni poco costose rispetto alle alternative oggi disponibili, le infrastrutture wireless rappresentano un’opzione economicamente conveniente per chi è interessato a installare un network di videosorveglianza”, ha spiegato l’analista Josh Woodhouse.
“Nei paesi in cui le infrastrutture per la videosorveglianza sono ampiamente diffuse, come il Regno Unito e gli USA, l’adozione di soluzioni wireless è in crescita costante, ma sono le regioni emergenti – proprio perché prive di quelle infrastrutture – a esprimere la domanda più forte”. La crescita globale sarà guidata dalla Cina (CAGR del 28,8%), seguita dal resto della regione asiatica (India compresa) con un CAGR del 27,9%. Forte anche la domanda espressa dai mercati del Sud America, che cresceranno in media del 26,6%, e dal Messico (23,1%).

a cura della Redazione di Sec Solution

Videosorveglianza e sicurezza aziendale: il Garante consente a un'azienda di conservare le registrazioni per 90 giorni

07/03/2013

ROMA - Una società attiva nel settore della componentistica elettronica ha avuto il consenso dall'Autorità Garante per la protezione dei dati personali di conservare per novanta giorni le immagini registrate tramite l'impianto di videosorveglianza. L'Autorità ha accolto l'istanza di verifica preliminare, presentata dalla società stessa per rafforzare i propri standard di sicurezza. La volontà di perseguire un livello maggiore di tutela della proprietà aziendale risponde all'esigenza della società di uniformarsi ai criteri dettati da un protocollo di sicurezza più severo. Il rispetto di questo protocollo era la condizione da rispettare per poter diventare "fornitore" di una multinazionale tedesca. Il sistema di videosorveglianza di cui la società si avvale è costituito da 18 telecamere, segnalate prima del raggio di azione dei dispositivi.
L'installazione è stata autorizzata dalla Direzione provinciale del lavoro ma prevedeva la conservazione delle immagini registrate per un tempo non superiore ai due giorni. Il fatto che l'azienda sia ubicata in luogo isolato, il delicato settore produttivo in cui essa opera e l'attenzione posta a livello sia nazionale sia internazionale rispetto alla fissazione comune di elevati parametri di sicurezza nel settore elettronico e informatico, giustificano, secondo il Garante - il prolungamento fino a novanta giorni della conservazione delle immagini. Questo in relazione soltanto a eventi che possano generare allarme: incidenti, porte di uscita emergenza aperte, porte e finestre forzate, allarme sensori sui vetri. I filmati registrati su postazioni dedicate e conservati nei locali server con sistema a doppia password, saranno consultabili solo su specifica richiesta delle autorità inquirenti.

www.garanteprivacy.it

a cura della Redazione di Sec Solution

Videosorveglianza a tutela dell'ambiente: occorre l'assenso del Garante

04/03/2013

MILANO - Purtroppo si legge ogni giorno di esempi di inciviltà che compromettono il già tanto bistrattato ambiente: discariche a cielo aperto, greti di fiumi scambiati per luoghi di raccolta rifiuti, angoli di città deturpati da masserizie e immondizia di ogni genere abbandonata senza scrupolo. Le amministrazioni pubbliche hanno in diversi casi, da Verona, a Grosseto, fino a Palermo, pensato di arginare il malcostume installando sistemi intelligenti, ovvero impianti integrati di videosorveglianza direttamente collegati con le forze dell'ordine. Ma cosa avviene se lo fanno senza l'assenso del Garante della privacy? Il primo a porre la domanda è stato Corriere.it, che si è rivolto direttamente al Garante, Francesco Pizzetti.
Chiare e nette le sue parole: "Sconsiglierei qualsiasi Comune dall'applicare sistemi intelligenti di videosorveglianza senza un'autorizzazione del Garante, prevista anche dalle linee guida insieme agli appositi cartelli per segnalarne la presenza". Pizzetti auspica che il controllo delle situazioni critiche avvenga nel rispetto di norme ben precise, che impediscano ai Comuni di effettuare registrazioni dei cittadini, al fine di evitare di ledere il loro diritto alla privacy. "Le videocamere installate nelle aree comunali sono limitate a problematiche di sicurezza urbana. Proprio per queste ragioni, se vengono applicate al fine di evitare comportamenti incivili dei cittadini su aree che si teme diventino discariche a cielo aperto o su aree che i Comuni vogliono bonificare, c'è indubbiamente un problema di autorizzazione da parte del Garante".
Certo, una simile posizione non incontra il favore di chi si batte per il rispetto dell'ambiente. In queste situazioni non si ravvedono – a detta degli ambientalisti - gli estremi per sostenere la tesi della riservatezza personale. Altri arrivano a sostenere che i sistemi elettronici non agiscono come deterrente, né che stimolino il senso civico. La posizione del Garante è invece chiara. L'occhio elettronico riprende chiunque, non è selettivo e vanno quindi poste alcune limitazioni. "Occorre una base giuridica che permetta l'utilizzo da parte dei Comuni di apparecchiature che consentano il riconoscimento facciale. Per quanto riguarda le eco-piazzole, le telecamere sono consentite in quelle per la raccolta dei rifiuti pericolosi".

www.corriere.it 

a cura della Redazione di Sec Solution

Share by: